Conflitti ambientali, sistemi democratici e processi inclusivi, di G.Pellegrini

«Un consorzio di amministrazioni comunali gestisce i rifiuti solidi urbani
mediante il loro conferimento in un sito controllato che si sta esaurendo. Nel giro di due anni si dovrà individuare un nuovo sito scegliendo tra due aree del territorio provinciale piuttosto vicine a centri abitati dove gruppi di cittadini hanno iniziato a manifestare il loro dissenso».

«La costruzione di un impianto di estrazione di gas naturale solleva proteste
da parte della popolazione locale che ha organizzato alcune manifestazioni
pubbliche e ha avviato campagne di informazione costituendo gruppi di discussione nei social network».

«I residenti di due paesi confinanti affrontano complesse tematiche ambientali, tecnologiche e sociali riguardanti la costruzione di una linea ad alta velocità provocando un movimento mediatico rilevante sulla costruzione di questa infrastruttura».

Questi tre esempi illustrano situazioni critiche in cui le amministrazione pubbliche,
le organizzazioni della società civile e i cittadini si trovano a confronto per gestire decisioni controverse di carattere ambientale. In queste situazioni si producono
spesso dei conflitti complessi e fortemente divisivi per i quali non esistono facili soluzioni e, a volte, le parti in causa affrontano una fase di stallo in cui non si riesce a trovare un accordo soddisfacente. Alcuni interrogativi sorgono di fronte a questa complessità: come gestire le relazioni tra interessi diversi e spesso difficilmente
conciliabili? In che modo favorire un ruolo efficace degli esperti nei processi di negoziazione? Quali modalità utilizzare per favorire processi decisionali adeguati favorendo un confronto efficace tra attori diversi?

Al fondo di tutti gli interrogativi si pone un quesito fondamentale: come affrontare
conflitti complessi di tipo ambientale? In questo articolo si discuteranno alcuni
aspetti di questa tematica partendo da una definizione del concetto e sviluppando
alcuni argomenti sui processi conoscitivi, gli strumenti di partecipazione e il ruolo dei facilitatori nella gestione dei conflitti, proponendo altresi uno schema concettuale che faciliti la comprensione delle principali dinamiche sociali, cognitive e comunicative che si verificano in queste situazioni per una loro possibile gestione.

Definizione concettuale

I conflitti ambientali sono situazioni in cui diversi attori, singoli o collettivi, propongono interessi spesso divergenti su decisioni che riguardano l’uso del
territorio. La manifestazione di interessi e di punti di vista diversi e opposti genera
controversie e reazioni anche violente che producono proteste di rilevante impatto
pubblico. Dato che questi fenomeni si sviluppano in merito a beni pubblici (suolo, risorse naturali, acqua) si produce all’interno dei conflitti ambientali una forte richiesta
di partecipazione attivando momenti di comunicazione e discussione in grado di coinvolgere in modi e tempi diversi tutti gli attori interessati. I conflitti ambientali sono causati dalla proposta di obiettivi, valori e aspettative diverse dalle parti che interagiscono attorno a un processo decisionale in continua evoluzione. In estrema sintesi, si può dire che i conflitti ambientali sono le principali forme di lotta dei gruppi sociali per soddisfare i loro bisogni accedendo alle risorse naturali

Conflitti, conoscenza e ruolo degli esperti

Nell’àmbito di questo articolo parleremo di conflitti aperti, di quelle situazioni cioè in cui i diversi attori hanno una sufficiente conoscenza del contesto, delle cause e delle possibili conseguenze di decisioni di carattere ambientale.
Ad esempio, nel caso della proposta per la costruzione di un termovalorizzatore,
le amministrazioni, gli esperti, le organizzazioni della società civile e i cittadini possono avere un sufficiente accesso alle informazioni ed essere in grado di proporre una posizione nell’àmbito del processo decisionale. Questo tipo di circostanze ci permette
di considerare una prima dimensione da tenere in particolare considerazione quando si parla di conflitti ambientali.
Si tratta della competenza e della conoscenza necessarie per affrontare l’analisi di una situazione di possibile conflitto e la formazione di una decisione in merito. Nei casi di conflitto ambientale gli esperti hanno il ruolo e il potere di formulare proposte che  normalmente partono principalmente dal loro punto di vista e dall’interesse dei decisori pubblici, piú difficilmente dalle domande della società civile.
In questa prospettiva essi hanno un notevole potere di influenzamento e per questo motivo si è discusso da tempo della necessità di democratizzare la conoscenza al fine di temperare questo gap tra esperti e cittadini. Non si deve inoltre trascurare il fatto che vi possono essere esperti di posizioni diverse che molto spesso rendono ancora piú complesso il quadro in cui si possono svolgere momenti di discussione e decisione.
Sul fronte della conoscenza e del ruolo degli esperti bisogna inoltre considerare che la competenza scientifica non è affatto neutrale e che anche le expertise non sono libere da un orientamento valoriale. In alcuni casi l’expertise tende a politicizzare il conflitto mettendo «in scena una sorta di cortocircuito tra fatti e interessi o valori e  scompigliando così l’alternativa tra democrazia e tecnocrazia». Questo non significa ovviamente che la conoscenza esperta non debba essere utilizzata e sviluppata, piuttosto essa deve essere valorizzata nei modi e nei tempi adeguati per poter affrontare i conflitti e le necessarie decisioni. A questo proposito si possono immaginare scenari diversi, ad esempio il coinvolgimento di esperti, istituzioni e cittadini prima di arrivare a una decisione in modo da attivare un processo efficace in termini di coinvolgimento rispetto a forme di consultazione organizzate dopo che le scelte operative siano state compiute con un livello di credibilità minore.

Leggi l’articolo completo sulla rivista Etica delle Professioni

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