Comunicazione della scienza: 5 parole chiave

Negli ultimi tempi si è molto discusso di comunicazione della scienza. Noi proviamo a fornirvi cinque parole-chiave che aiutino a orientarsi su questo tema.

La prima parola è divulgazione.

1. Divulgazione è il termine con la tradizione più lunga fra quelli usati per descrivere la vasta gamma di pratiche con cui si offrono contenuti scientifici al pubblico dei non esperti. Nel corso del XVIII secolo, la divulgazione scientifica andò gradualmente definendosi come genere narrativo, spesso indirizzato in via privilegiata alle lettrici, considerate dagli autori dell’epoca «simboli di ignoranza, buona volontà e curiosità».
Successivamente emersero altri canali e contesti divulgativi, quali i numerosi resoconti di scoperte scientifiche pubblicati sui quotidiani, i musei scientifici, le conferenze pubbliche e le grandi esposizioni e fiere, che presentavano le nuove meraviglie della scienza e della tecnologia. In particolare, durante la seconda metà del XIX secolo, la diffusione della divulgazione scientifica e l’affermazione dei divulgatori come voci influenti nella società scaturirono dalla combinazione di fattori quali i cambiamenti nell’editoria e la crescita del pubblico di lettori, testimoniando anche la crescente rilevanza della scienza come forza culturale.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il panorama globale e politico ridefinì in termini ideologici il ruolo della divulgazione, specialmente negli USA e in Europa occidentale. La divulgazione doveva perciò «vendere la scienza» a un pubblico più ampio per rafforzarne il sostegno sociale e la legittimazione.
In seguito, con l’avvio di una fase di riflessioni critiche sul ruolo della scienza nella società, anche il termine divulgazione fu criticato come incarnazione paternalistica e diffusiva, che la relegava a un livello residuale e degradato, nettamente distinto – se non antitetico – alla comunicazione scientifica specialistica.
Concettualizzazioni più recenti hanno rivalutato il termine, circoscrivendolo ad alcuni tipi specifici di interazioni comunicative tra scienza e pubblico.

llustrazione: Rosa Vicari / Twitter: @vichiros

Testo di: M.Bucchi e B.Trench

Il secondo termine è deficit.

2. Deficit è un concetto chiave che identifica le basi intellettuali (o ideologiche) di un certo modo di intendere e mettere in pratica il rapporto fra scienza e società. Alla base di questo concetto di sono due presupposti centrali:

a) l’opinione pubblica e i decisori politici versano, nei confronti della scienza e delle questioni poste dal suo sviluppo, in un grave stato (deficit) di disinformazione;

b) questo stato di disinformazione è alimentato da una copertura mediale inadeguata nonché sensazionalistica dei temi tecnoscientifici. Ad essa si aggiungono una scarsa preparazione scientifica di base e una generale disattenzione – da parte delle istituzioni e del mondo della cultura – nei confronti della ricerca scientifica.

Tutto ciò rende cittadini e decisori politici facili prede di paure «irrazionali» e li spinge a guardare con ostilità e sospetto interi filoni di ricerca e di innovazione tecnologica (per esempio, energia nucleare, OGM, cellule staminali di embrioni). Di qui la necessità di proporre iniziative che colmino il divario di conoscenze tra esperti e grande pubblico, invertendo gli orientamenti dell’opinione pubblica nei confronti della scienza e delle sue attività, o quantomeno attenuando la sua ostilità. Tale enfasi sull’incapacità del pubblico di comprendere la scienza così come essa viene prodotta dalla comunità scientifica, secondo un modello di comunicazione lineare, pedagogica e paternalistica, è valsa a questa visione della comprensione pubblica della scienza l’etichetta di «modello del deficit». A partire dai primi anni Novanta numerosi studiosi hanno iniziato a criticare questa visione, da un lato mettendo in luce la scarsa fondatezza empirica dei suoi presupposti, dall’altro evidenziando i limitati risultati raggiunti attraverso le azioni comunicative a essa ispirate. I critici dell’approccio basato sul deficit non negano che su molte questioni legate alla scienza vi siano tra il pubblico significative lacune informative, ma suggeriscono che questo non sia il miglior punto di partenza: bisogna concentrarsi, affermano, su quanto il pubblico conosce e sulle sue domande e preoccupazioni. Si continua a discutere anche su quali tipi di conoscenze scientifiche siano più importanti per il pubblico: conoscenza di nozioni scientifiche, di teorie scientifiche, di metodi scientifici o dell’organizzazione e della governance della scienza.

llustrazione: Rosa Vicari / Twitter: @vichiros

Testo di: M.Bucchi e B.Trench

Un’altra parola utile è dialogo.

Il dialogo è presentato come l’alternativa più accettabile al modello del deficit fin dai tardi anni Novanta. Il perdurare di preoccupazione da parte del pubblico su alcune questioni tecnoscientifiche – anche a dispetto di notevoli sforzi di comunicazione -, la crescente domanda di coinvolgimento da parte dei cittadini su tali questioni e il proliferare di esempi di non esperti che contribuiscono attivamente a dar forma all’agenda di ricerca in settori quali la biomedicina, hanno portato a ripensare il significato stesso di comunicazione della scienza in varie arene. Ad esempio, nel 2000, un rapporto della House of Lords riconosceva i limiti di una comunicazione della scienza basata su una relazione tra scienza e pubblico paternalistica e top-down, individuando «una nuova sensibilità per il dialogo». In vari paesi e anche a livello europeo, le parole chiave degli schemi di finanziamenti e dei documenti di policy sono slittate da «comunicazione» a «dialogo», da «scienza e società» a «scienza nella società» e ora a «scienza per e nella società».

Il passaggio dal deficit al dialogo rappresenta una narrazione potente nella comunicazione pubblica della scienza. I due approcci sono visti come distinti e l’uno viene considerato intrinsecamente superiore all’altro. Il passaggio è spesso considerato un fatto inconfutabile: i commentatori parlano di «svolta dialogica», di un cambiamento storico che ha avuto luogo prima in Europa e poi nel resto del mondo. Iniziative ispirate al dialogo sono oggi proposte e messe in atto con una frequenza molto maggiore rispetto a quelle che si basano sul modello del deficit, almeno per quanto riguarda l’Europa, l’Australia, l’Asia e il Nord America.

Tuttavia, non manca di attraversare la riflessione dell’ultimo decennio una vena di scetticismo rispetto all’effettiva ampiezza, se non alla stessa esistenza. di un cambiamento di atteggiamento comunicativo. È stato suggerito, ad esempio, che gli approcci basati sul dialogo potrebbero essere usati in modo più efficace per rimediare al deficit del pubblico. Inoltre alcuni metodi dialogici non sembrano realmente aperti a una comunicazione in entrambe le direzioni, in quanto gli sponsor originali della comunicazione (generalmente le istituzioni scientifiche) mantengono il controllo della situazione e i cittadini che prendono parte al processo comunicativo non hanno un’influenza significativa sui risultati finali. C’è tuttavia un altro filone della discussione e della pratica comunicativa, che attira l’attenzione sulle possibilità offerte da eventi basati sul dialogo non diretti a specifici obiettivi politici o informativi, ma orientati piuttosto in senso processuale. Ad esempio, nei cosiddetti «caffè scientifici» – una forma di comunicazione della scienza sempre più diffusa – i soggetti coinvolti possono trovare la propria gratificazione principale nell’interazione stessa, al di là di ogni finalità specifica.

llustrazione: Rosa Vicari / Twitter: @vichiros

Testo di: M.Bucchi e B.Trench

La parola engagement è diventata fondamentale nel lessico della comunicazione pubblica.

Engagement è diventato in molti paesi il termine più diffuso per descrivere un ampio spettro di pratiche che interessano il rapporto fra scienza e società in contesti politici, educativi, informativi o di intrattenimento.
Il termine si riferisce alle azioni e agli atteggiamenti sia dei produttori di conoscenza, sia dei vari settori del pubblico. Ad esempio, si può parlare di coinvolgimento pubblico (public engagement) quando i ricercatori scendono in piazza a presentare il proprio lavoro, ma con il medesimo termine ci si può riferire anche all’attenzione e all’interesse mostrato dal pubblico stesso.

In alcuni contesti culturali il termine inglese public engagement è onnicomprensivo tanto quanto quello di public communication (comunicazione pubblica): l’acronimo PEST (Public Engagement of Science and Technology) è usato come un’espressione polivalente e viene spesso preferito a PCST (Public Communication of Science and Technology) o a PUS (Public Understanding of Science). Questo cambiamento di terminologia porta con sé, almeno implicitamente, uno slittamento verso un’interpretazione della relazione comunicativa più «egualitaria» e maggiormente orientata a riconoscere il ruolo attivo dei vari soggetti coinvolti.
I livelli e le modalità di coinvolgimento possono differire: per esempio, il coinvolgimento può essere «a valle» (downstream) o «a monte»(upstream). Quest’ultimo è stato portato all’attenzione sulla base dell’ipotesi che il coinvolgimento precoce (upstream) del pubblico nella discussione dei nuovi sviluppi di scienza e tecnologia – e perfino nella definizione delle loro priorità – possa condurre a risultati più soddisfacenti per le diverse parti coinvolte e, in particolare, a un rapporto di fiducia più saldo tra esperti e pubblico.
Il caso degli OGM, invece, è stato spesso citato come un esempio di coinvolgimento pubblico tardo o «a valle» (dowstream). Ai cittadini di molti paesi del mondo sono stati presentati prodotti pronti per il consumo e, in molti casi, le reazioni sono state positive. In Europa, in particolare, i governi, i ricercatori e le imprese hanno ripetutamente affermato di aver metabolizzato questa esperienza come una lezione salutare per il futuro; di qui, l’impegno a incentivare un coinvolgimento più tempestivo (upstream) del pubblico su future questioni emergenti, quali ad esempio le nanotecnologie.
Le attività di public engagement sono ormai ritenute, in numerosissimi Paesi, una dimensione rilevante del mandato – nonché una responsabilità delle istituzioni di ricerca nell’ambito di quella che viene definita come la «terza missione» delle università. Su questa base, studiosi e policy makers si stanno interrogando su quali siano gli indicatori più appropriati per rilevare e analizzare portata ed efficacia di tali attività.

llustrazione: Rosa Vicari / Twitter: @vichiros

Testo di: M.Bucchi e B.Trench

L’ultima delle 5 parole-chiave sulla comunicazione della scienza è scienziati visibili.

Scienziati visibili o scienziati pubblici sono stati presenti in ogni generazione sin dalle prime fasi della scienza moderna nel XVII secolo. Alcuni dei fondatori della scienza moderna, infatti, erano figure pubbliche visibili e alcune delle prime istituzioni scientifiche, come ad esempio le società professionali e le accademie, si dedicavano a rendere le conquiste della scienza visibili e pubbliche. Coloro che si occupavano di scienza, tuttavia, furono definiti «scienziati» solo a partire dal XIX secolo, fino ad allora, il potenziale pubblico della scienza era ristretto al sottile strato sociale delle persone dotate di una solida preparazione. Con la professionalizzazione della scienza, la rapida crescita del numero degli scienziati e lo sviluppo di un pubblico di massa, crebbero però le preoccupazioni legate alla relativa «invisibilità» della scienza: la stragrande maggioranza degli scienziati risultava di fatto invisibile alla maggior parte dei membri della società.
Un classico studio americano pubblicato negli anni Settanta attirò l’attenzione su alcuni scienziati che avevano raggiunto la visibilità pubblica. Lo studio, però, metteva in luce anche i vincoli istituzionali che facevano sì che talvolta gli scienziati venissero puniti, più che premiati, per la ricerca di visibilità.
In quel periodo lo sviluppo della società faceva avvertire l’esigenza di maggiore accessibilità all’expertise scientifico. La corsa allo spazio che contrapponeva i due grandi blocchi politici contribuiva a moltiplicare gli sforzi per aumentare l’interesse del pubblico verso le nuove scoperte e conquiste scientifico-tecnologiche. Gli sviluppi sempre più rapidi nelle scienze mediche e nelle tecnologie dell’informazione avevano bisogno di essere spiegati. I divulgatori di maggior successo sfruttarono quindi l’opportunità data dalla rapida diffusione del mezzo televisivo per diventare nomi familiari. In astronomia, nelle nuove tecnologie e nella storia naturale, in particolare, scienziati fotogenici e carismatici svilupparono fortunate carriere come presentatori televisivi. Altri ancora, chiamati come fonti esperte da politici e media, divennero scienziati pubblici collaborando ai giornali, animando dibattiti televisivi o comitati consultivi, entrando a far parte di gruppi di esperti.
Dagli anni Settanta in poi i governi di tutto il mondo hanno istituito ministeri dedicati a scienza, tecnologia o ricerca, e alcuni scienziati sono stati incorporati dal sistema politico come ministri o consiglieri. La rilevanza della presenza di tali scienziati pubblici – sia essa nei media, nella politica o negli affari pubblici più in generale – può essere vista come indicatore della cultura scientifica di un paese. Alimentata dallo sviluppo dei mass media, la cultura della celebrità che è nata attorno allo spettacolo e allo sport, ha influenzato molti altri settori e in molti paesi esistono scienziati celebrità, così come vi sono celebri autori letterari ed economisti. Le loro opinioni sono richieste su argomenti che vanno oltre le loro aree di competenza e le loro vite private diventano affari pubblici anche attraverso simili dinamiche passa quella crescente intersezione tra scienza e società che caratterizza gli scenari contemporanei.

Testo di Massimiano Bucchi – Libri e Brian Trench
Illustrazione di Rosa Vicari / Twitter: @vichiros

 

Per approfondire:

M.Bucchi e B.Trench “Science Communication and Science in Society: A Conceptual Review in Ten Keywords”, Tecnoscienza, Vol 7, No 2 (2016)

M. Bucchi e B. Saracino (a cura di), Annuario Scienza Tecnologia e Società 2014, Bologna, Il Mulino.

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