Why Are People Hostile to Biotechnologies

ANSA
Giovedì 17 Giugno 2004

Biotecnologie: Italiani ostili? Sistema non da’ garanzie
Studio su Science, per 69% scienza troppo legata a interessi

- La grande maggioranza degli italiani e’ favorevole alla ricerca sulle biotecnologie, soprattutto in campo medico, mentre ha un atteggiamento piu’ ostile verso le biotecnologie in campo alimentare. Una diffidenza che non e’ pero’ dovuta a una chiusura a priori nei confronti della scienza: gli italiani, piuttosto, non si sentono abbastanza garantiti e lamentano l’assenza di un sistema pubblico in grado di governare l’innovazione e le sue potenziali applicazioni.
E’ il quadro che emerge da uno studio condotto dai ricercatori Massimiano Bucchi, del Dipartimento di Scienze umane e sociali dell’Universita’ di Trento, e Federico Neresini, del Dipartimento di Sociologia dell’Universita’ di Padova, pubblicato domani sulla rivista Science. Lo studio e’ stato condotto nel 2003, intervistando un campione di 994 cittadini italiani. E’ cosi’ emerso che l’84% del campione e’ favorevole a proseguire la ricerca nel campo delle biotecnologie in medicina e il 57,3% ritiene che anche la ricerca sulle biotecnologie in campo alimentare debba continuare. Verso la scienza, pero’, gli italiani mostrano un atteggiamento ambivalente: da un lato, sottolineano gli autori, emerge un alto grado di fiducia nella scienza e negli scienziati (il 39% li definisce, infatti, le fonti di informazione piu’ affidabili in tema di biotecnologie), dall’altro l’immagine della ricerca scientifica sembra aver perso quelle caratteristiche di imparzialita’ e disinteresse che dovrebbero contraddistinguerla. Tanto che il 69% degli intervistati, ad esempio, definisce la scienza come ”legata a interessi di vario tipo”. Ed ancora: il mondo scientifico e’ anche percepito come solcato da profonde divergenze interne.
Cosi’, il 68,6% degli italiani pensa che i membri della comunita’ scientifica abbiano visioni contrastanti circa gli Ogm e l’83% li vede in disaccordo profondo sul tema della clonazione. Da qui, un certo scetticismo sulla possibilita’ di una corretta applicazione delle biotecnologie. In questo campo, inoltre, gli italiani chiedono un maggiore coinvolgimento: 1 intervistato su 5, infatti, ritiene necessaria una maggiore partecipazione pubblica, affermando che le decisioni in tali materie devono essere prese da ”tutti i cittadini”, mentre solo 1 su 10 ritiene che a decidere debbano essere gli scienziati. Ma basta questo a spiegare la sfiducia verso le possibili applicazioni delle biotecnologie? La novita’ emersa da questo studio, rispetto a ricerche analoghe condotte negli anni scorsi, ha spiegato Bucchi, sta proprio nel fatto che la sfiducia dei cittadini non e’ legata ad una piu’ generica sfiducia nei confronti della scienza, bensi’ ad un giudizio di ”inadeguatezza” degli attori politici e istituzionali in questo campo. In altre parole, ha sottolineato il ricercatore, ”tale ostilita’ non e’ dovuta all’ignoranza verso la scienza, ma si tratta di una questione piu’ ‘politica’: i cittadini non si sentono cioe’ garantiti dal rapporto tra politica, scienza e interessi diversi, soprattutto in termini di trasparenza”.
La soluzione? Innanzitutto, ha concluso Bucchi, ”partire da un maggiore coinvolgimento della societa’ civile su temi scottanti come questo, facendo delle biotecnologie un tema piu’ ampiamente discusso e condiviso”. (ANSA).
CR.
17-GIU-04 18:34


www.resonline.it
Venerdì 18 Giugno 2004

Chi (e perché) ha paura delle biotecnologie?
di Sara Capogrossi Bolognesi

Gli italiani vogliono decidere su ogm e non solo. Ce lo racconta il sociologo Massimiano Bucchi.

LE BIOTECNOLOGIE fanno paura. Se questo è un fatto ormai assodato, meno chiare sono le ragioni ultime di questa diffidenza. È vero per esempio che è solo la chiusura e la disinformazione a generare paura e ostilità verso le nuove creature di laboratorio? Non la pensano così Massimiano Bucchi e Federico Neresini i quali, forti dei risultati di uno studio pubblicato su Science questa settimana, affermano che no, non è la maggiore informazione ad aumentare la fiducia nelle biotecnologie, anzi, spesso i più scettici sono proprio quelli che ne sanno di più. E allora dove sta il problema? Per scoprirlo i due sociologi hanno analizzato i dati raccolti attraverso tre ampie indagini condotte sulla popolazione italiana, da cui emerge chiaramente che la principale difficoltà non è quella di accettare le nuove tecnologie, ma quella di partecipare al processo decisionale che porta alla loro approvazione. «La popolazione non è contraria a priori, ma diffida di una scienza percepita come “interessata” e di una rappresentanza politica non adeguata alle nuove sfide», spiega a ReS Bucchi. Perduta quell’aura di sacralità di cui godeva un tempo, la scienza è ormai ritenuta uno dei tanti attori in campo. La politica ha già dimostrato i suoi limiti. E il cittadino rimane solo e indifeso di fronte a minacce sempre nuove e sempre più difficili da comprendere in tutti i loro aspetti.
Se poi le biotecnologie sviluppate in ambito medico possono avere un’utilità immediata, più comprensibile e usufruibile dal singolo individuo, rimangono spesso completamente estranee quelle novità scientifiche sviluppate in campo agroalimentare. Va cioè separato il discorso riguardante la clonazione o gli ogm, da quello relativo alla fecondazione artificiale, per esempio. «Riteniamo che la diffidenza verso le biotecnologie che abbiamo documentato non è parte di un pregiudizio più generale verso la scienza», si legge sull’articolo di Science. Solo il 53 per cento degli italiani è favorevole al proseguimento della ricerca sulle biotecnologie alimentari. Ma se si parla di medicina allora la percentuale positiva sale all’84 per cento. Certo, anche qui non sono tutte rose e fiori: «Il 69 per cento degli intervistati, per esempio, definisce la scienza “legata a interessi”. La scienza è anche vista sempre più come disunita al suo interno. Il 68,6 per cento», continua il rapporto, «pensa che i membri della comunità scientifica abbiano visioni contrastanti sul tema degli organismi geneticamente modificati (prodotti alimentari e agricoli), e l’83,3 per cento percepisce un disaccordo tra gli specialisti riguardo la clonazione». Sensazioni che naturalmente aumentano lo scetticismo nei confronti delle biotecnologie.
Eppure c’è ancora fiducia negli scienziati: le istituzioni scientifiche sono al primo posto nella graduatoria delle fonti più credibili (con l’Istituto di Sanità in testa), seguite dalle associazioni di consumatori e dalle organizzazioni ambientaliste. Il problema, come dicevamo prima, emerge quando si passa al piano decisionale: i cittadini vogliono un maggiore coinvolgimento, una maggiore partecipazione. «Per un intervistato su cinque la responsabilità decisionale in materia di biotecnologie dovrebbe ricadere su tutti i cittadini», si legge ancora nel rapporto. Più difficile capire come concretizzare un simile obiettivo. «Sono stati fatti tentativi in nord Europa, in particolare in Danimarca, dove si sono organizzate delle consensus conference o citizen panel su questi ed altri temi», interviene Bucchi. «In Italia c’è stata una prima esperienza condotta dalla Regione Lombardia, che entro fine anno porterà a un convegno a Milano. Ma questo tipo di iniziative sembra insufficiente», prosegue il sociologo. «Siamo di fronte a una crisi di legittimazione delle procedure che legano expertise scientifico, decision-making e rappresentanza politica. Non è più percorribile il vecchio approccio (“lasciar fare agli esperti”), ma neanche l’approccio utopistico (che pretende di trasformare tutti i cittadini in esperti scientifici)». Il problema con le biotecnologie è quindi solo l’apice di un iceberg che rivela un ostacolo nell’articolazione dei nessi tra scienza, politica e impresa. «Si può delegare, certo, ma solo a certe condizioni di trasparenza e accountability», conclude Bucchi, che nelle sue indagini ha raccolto dati indicativi: «Una maggioranza di intervistati indica come miglior sede di decisioni sulle biotecnologie un’istituzione transnazionale (l’Unione Europea); quelli che hanno scelto il governo italiano sono ancor meno numerosi di quelli convinti che “nessuno è in una posizione per decidere”». Sembra dunque ingenuo imputare la colpa solo ai media – come spesso succede – e ridurre a un problema di informazione quello che può essere invece il segnale più grave di un’esigenza di rinnovamento delle procedure democratiche.

L’articolo è disponibile sul sito de www.resonline.it


IL GAZZETTINO – Vicenza e Bassano
Venerdì, 18 Giugno 2004

LA RICERCA Indagine del centro “Observa” premiata con la pubblicazione sulla prestigiosa rivista “Science”
Paura da Ogm, Vicenza interroga
E in futuro nascerà un osservatorio permanente sul rapporto tra scienza e società
Di Paolo Masera

«Chi dovrebbe prendere le decisioni sulle biotecnologie?» «Tutti i cittadini».

É la risposta che dà il 22 per cento di un campione rappresentativo di italiani nel sondaggio compiuto da due studiosi vicentini sul perchè la gente sia contraria a questo tipo particolare di ricerche scientifiche e i cui risultati oggi vengono pubblicati sulla rivista americana Science.

L’inchiesta, condotta da Federico Neresini e Massimiano Bucchi, entrambi docenti di sociologia rispettivamente all’Università di Padova e di Trento, è stata incentrata sulle biotecnologie e sulle loro applicazioni pratiche in medicina e nel settore agroalimentare. «La ricerca – spiegano Neresini e Bucchi – condotta su un campione di mille persone, ha evidenziato due atteggiamenti completamente diversi. Di sostanziale apertura nell’ambito medico perchè la gente è disponbile a correre anche dei rischi, legati alla ricerca, sapendo però di poter avere in cambio dei grandi vantaggi sul fronte di malattie gravi per le quali oggi si può ancora fare poco. Per contro, nell’ambito agroalimentare ed in particolare degli organismi geneticamente modificati, c’è diffidenza e chiusura. Gli ogm rappresentano una novità che si scontra con abitudini e opinioni fortemente radicate».Una risposta negativa, tengono a precisare i due ricercatori, che non deriva da un atteggiamento antiscientifico, ma che è il frutto di un’opinione stratificata, cioè consolidata nel tempo, e sulla quale messaggi e informazioni arrivate dai media hanno scarsa influenza.

«E questo si spiega – chiarisce Neresini – per il fatto che sull’alimentazione c’è una risposta fortemente conservatrice. Ancor più marcata nei Paesi mediterranei e in Italia dove c’è una grande cultura culinaria». Diffidenza, poi, che non è legata al grado di preparazione culturale. Anzi. Il 40 per cento degli intervistati con una scolarizzazione modesta è favorevole alle innovazioni introdotte dalla scienza. All’opposto c’è un 10 per cento, con una buona preparazione, che è molto più critica verso la ricerca scientifica.

«E la diffidenza verso gli ogm è totalmente indipendente da ideologie, sesso e area geografica – puntualizza Bucchi – anzi, gli intervistati rivelano in proposito un forte pragmatismo. Va aggiunto poi che una forte componente della chiusura verso gli ogm deriva anche dal dubbio, molto sentito tra la gente, che le forme tradizionali della politica non sappiano gestire questi processi di innovazione. Ed è quindi in questa direzione che si è registrato questo cambiamento negli ultimi anni. I cittadini pur nutrendo ancora molta fiducia verso gli scienziati, non li considerano più come elementi super partes, bensì come uno degli attori in gioco. Così come è cresciuta di molto la richiesta di essere coinvolti in queste scelte. I cittadini non accettano più di essere “imboccati” e chiedono di aver voce in capitolo. Ed è un segnale che sia il mondo della scienza che quello della politica farebbero bene a non sottovalutare».

Non a caso l’argomento di questa ricerca è stato scelto autonomamente da Bucchi e Neresini e i risultati del loro lavoro, non essendo finanziati da gruppi o enti particolari, sono esenti da qualsiasi possibile condizionamento. Per contro i dati che loro mettono a disposizione di tutti, via internet, costituiscono comunque un punto di riferimento costante sia per la presidenza del consiglio dei ministri sia per il ministero della salute pubblica, come pure di molte industrie, comprese le multinazionali del settore agroalimentare che, proprio di recente, cominciano a manifestare i primi segnali di un possibile ripensamento sull’impiego degli ogm.

L’articolo è disponibile sul sito de Il Gazzettino alla pagina seguente:
http://www.ilgazzettino.it/VisualizzaArticolo.php3?Codice=1947221&Luogo=Vicenza&Data=2004-06-18&Pagina=1


IL Sole24Ore
Venerdì 18 Giugno 2004

Italiani ostili alle biotecnologie
Lo conferma un’indagine realizzata su un campione di mille persone.

Federico Neresini e Massimiano Bucchi, dell’Università di Padova, hanno pubblicato su “Science” i risultati di una ricerca sull’avversione che gli italiani hanno nei confronti delle biotecnologie. I due ricercatori hanno analizzato le risposte a un sondaggio telefonico che ha coinvolto un campione di quasi mille persone. I risultati mostrano come l’84% degli intervistati sia favorevole a continuare le ricerche nel settore biomedico, mentre tale percentuale si abbassA al 57,3% per quanto riguarda la tecnologia alimentare. Secondo i ricercatori, la contrarietà verso la biotecnologia non deriverebbe da una ostilità preconcetta verso la scienza, quanto piuttosto dai timori legati ai legami esistenti tra ricerca scientifica, politica e affari.

L’articolo è disponibile sul sito de Il Sole24ore alla pagina http://www.ilsole24ore.com/fc?cmd=art&artId=476712&chId=30&artType=Articolo&back=0


L’ADIGE
Martedì 22 Giugno 2004

Si teme il legame fra ricerca, politica e affari: l’indagine pubblicata su Science
ecco perché la gente ha paura degli OGM.

Per leggere l’articolo clicca qui (file in formato .zip – circa 180 K)


Peacelink
Mercoledì 23 Giugno 2004

Gli italiani e il biotech, strano amore
«Gli alimenti biotech non fanno troppa paura. Gli italiani, secondo un sondaggio pubblicato dalla rivista Science, sono più preoccupati dagli intrecci tra politica, scienza e affari rispetto alla effettiva pericolosità degli alimenti geneticamente modificati».
di Franco Carlini

Fonte: www.ilmanifesto.it

Abbiamo appreso da Il Sole-24 ore (venerdi 18 giugno, pagina 14) che «Gli alimenti biotech non fanno troppa paura. Gli italiani, secondo un sondaggio pubblicato dalla rivista Science, sono più preoccupati dagli intrecci tra politica, scienza e affari rispetto alla effettiva pericolosità degli alimenti geneticamente modificati». La ricerca, condotta da due studiosi di Trento e Padova, Massimiano Bucchi e Federico Neresini, sembra interessante e per fortuna che c’è il web, che ci permette di vederla da vicino. Si scopre così che il quotidiano della Confindustria forse tira un po’ troppo l’acqua al mulino dell’industria biotech. Infatti l’articolo originale (Science, vol. 304, pag. 1749) si intitola «Perché le persone sono ostili alle biotecnologie?» ed è la seconda puntata di una ricerca sponsorizzata dalla fondazione Bassetti che l’anno precedente era stata descritta con quest’altro titolo, altrettanto eloquente: «Le biotecnologie rimangono non amate dalle persone informate» (Nature). Nel primo sondaggio dunque gli stessi due ricercatori avevano scoperto che l’ostilità del grande pubblico verso le manipolazioni genetiche non sembra dipendere in maniera significativa dal grado di conoscenza scientifica degli intervistati; anzi, proprio quelli che risultano più esposti a media e pubblicazioni di informazione scientifica, e dunque più informati, esprimono una maggiore resistenza al riguardo. Quella conclusione dovrebbe far meditare i decisori politici e le aziende del settore che spesso si cullano nella confortante illusione che l’ostilità verso certe tecnologie sia soltanto colpa di una scarsa cultura scientifica e che dunque per superarla sia sufficiente informare e formare meglio la pubblica opinione. Nella seconda puntata della loro indagine Bucchi e Neresini si sono chiesti quale allora fosse l’origine della pubblica ostilità. Forse un generale sentimento antiscientifico? Nemmeno questa è la risposta: dal sondaggio recente da loro condotto su un campione significativo risulta che gli italiani non fanno di ogni biotech un fascio e sanno invece discernere tra l’una e l’altra tecnologia. Così l’84 per cento è favorevole a continuare le ricerche sulle tecnologie biomediche, il che corrisponde a un giudizio di utilità al 71% verso le ricerche che usano cellule embrionali per curare Alzheimer e Parkinson. Le stesse ricerche vengono considerate moralmente accettabili dal 68% del campione e rischiose dal 48%. Quanto invece ai frutti e vegetali modificati per renderli più resistenti agli erbicidi, tali manipolazioni vengono considerate utili dal 34% del campione, rischiose dal 68%, moralmente da respingere dal 52%. Da questo spettro di opinioni discende che mentre per la medicina c’è un buon favore, per l’agro-biofood solo il 57% vuole continuare le ricerche e che il 33% pensa che in Italia queste ricerche non debbano essere condotte. Riguardo invece alla clonazione umana l’89% per cento è assolutamente contrario.
Non sembra insomma molto precisa né completa le sintesi offerta da Il Sole-24 ore: gli italiani appaiono meno ostili alle ricerche sulle cellule embrionali di quanto i loro governanti hanno deciso, ma continuano ad avere un elevato livello di diffidenza se non di ostilità verso innovazioni come quelle nel campo agro-alimentare che non sembrano portare vantaggi significativi e che contengono discreti margini di rischio o di incertezza. Il saggio «principio di precauzione» sembra essere stato incorporato nell’opinione pubblica, ma non appare frutto di ignoranza o timor panico.
I ricercatori concludono che «né l’approccio elitario (‘lasciate decidere agli esperti’) né quello utopico (che tutti i cittadini possano diventare esperti scienziati) sono praticabili. Gli esperti non sono sufficienti perché la maggioranza dei cittadini non considera gli attori politici e le istituzioni adeguati in questo settore. La scienza per parte sua viene vista come generatrice di incertezze piuttosto che di certezze. Le obiezioni verso (alcune) biotecnologie sembrano derivare dalla assenza attualmente percepita di procedure pubbliche responsabili per il governo dell’innovazione».

L’articolo è disponibile sul sito di Peacelink


IL GIORNALE DI VICENZA
Mercoledì 23 Giugno 2004
In cronaca, pag. 18

Due sociologi vicentini hanno pubblicato un saggio per la rivista americana Science
«Decisioni cercansi per gli ogm »
Bucchi: «Tocca alla politica» Neresini: «Scienziati superbi»
di Marino Smiderle

Biotecnologie, organismi genetici modificati, clonazioni. Tu chiamale, se vuoi, rivoluzioni. In nome e per conto di sua maestà la scienza, che in questo momento non si sa bene come conciliare con il processo di decisioni politiche e con il comune sentire dei cittadini. Massimiano Bucchi, dell’università di Trento, e Federico Neresini, dell’università di Padova, sono due giovani sociologi vicentini che studiano il complesso rapporto tra questo genere di rivoluzioni scientifiche e il modo in cui vengono percepite dalla gente.
L’anno scorso pubblicarono un articolo sulla rivista scientifica inglese Nature e questa settimana un loro pezzo sull’argomento è uscito sulla prestigiosa rivista americana Science , una sorta di bibbia per chi si occupa della materia. Titolo eloquente: “Perché i cittadini sono contrari alle biotecnologie?”.

Nella sede dell’associazione Observa , in stradella del Garofolino, Bucchi e Neresini discutono amabilmente di uno dei periodi più controversi che sta attraversando la ricerca scientifica. «Una delle domande che abbiamo rivolto alla gente quando abbiamo effettuato il sondaggio – attacca Bucchi – si riferisce a chi dovrebbe prendere decisioni sulle biotecnologie. I risultati mettono in rilievo che il potere dovrebbe essere condiviso tra tutti: il 20,9 per cento ha risposto “tutti i cittadini”, mentre il 29,9 per cento delegherebbe “l’Unione europea”. Per l’11,9 per cento, invece, toccherebbe agli scienziati stessi decidere come muoversi».
Bucchi e Neresini stanno a metà strada tra scienziati e sociologi, e potremmo quindi chiamarli “scienzologi”, nel senso che si occupano del complesso rapporto tra la scienza e la società, o meglio, di come la società percepisce il progresso scientifico, che in questi ultimi tempi ha acquistato una velocità paurosa, pericolosa. Si fa fatica ad orientarsi, anche perché si avverte l’inadeguatezza, l’incapacità ad orientarsi in questi complessi labirinti del sapere. La questione è: facciamo decidere gli scienziati? Oppure, come si fa a mettere i politici nelle condizioni di prendere decisioni?
«Il guaio è; – osserva Bucchi – è che oggi si pretendono dagli scienziati le stesse risposte certe che una volta si pretendevano dalla religione. Risposte certe, prive di dubbi. Ma la scienza, almeno nella fase della ricerca, è piena di dubbi».
Il fatto che la comunità scientifica internazionale decida di pubblicare articoli problematici sull’argomento, come quelli di Bucchi e Neresini (prima Nature e poi Science ) testimonia però che c’è un certo sforzo di analizzare la questione della comunicazione. «Anche se – considera Neresini – c’è sempre la tendenza a trattare il problema da un punto di vista di inconscia superiorità: della serie, noi abbiamo la verità e adesso la porgiamo a voi comuni mortali. Un atteggiamento che, per fortuna, sta cambiando, come testimonia l’intenzione della comunità scientifica di analizzare le nostre ricerche».
Già, ma gli ogm, gli organismi geneticamente modificati, sono da diffondere oppure no? E sulla clonazione come la mettiamo? «Noi siamo in democrazia – sostiene Bucchi – e, contrariamente a quanto si pensa, è un sistema molto complesso. Il meccanismo per farla funzionare è una sorta di processo di deleghe: alla fine sono i politici che noi abbiamo votato a dover scegliere. A volte capita, per esempio con i referendum, che siano i cittadini a decidere direttamente. Non è detto che tutte le scelte prese democraticamente siano poi corrette, vedi il caso delle centrali nucleari, ma questo è il sistema di valori che ci siamo dati e va rispettato. Anche se, personalmente, spero non si arrivi ad un referendum sugli ogm».
Nel processo di comunicazione ai cittadini delle nuove scoperte scientifiche, anche i mass media hanno il loro ruolo. Qualcuno dice che giornali e televisioni siano i maggiori responsabili delle incomprensioni e delle storture. «Noi non siamo di questo avviso – risponde Neresini -. Il vero dilemma è relativo all’interazione tra i tre attori fondamentali: scienziati, processo decisionale e rappresentanza politica. In questo momento manca un adeguato collegamento, ed è questo il nodo da sciogliere. Certo, i giornali sono importanti. Ma a questo punto dove mettiamo la scuola?».
I due sociologi vicentini non si fermeranno qui. Tra le altre ricerche in cantiere, una sull’influenza delle etichette per distinguere gli ogm dagli altri alimenti, una sulla percezione del rischio alimentare e una sul perché sta calando il numero di studenti che studiano scienze. Per rispondere a quest’ultima domanda basterebbe la frase che lo scrittore Giovanni Arpino amava ripetere: «Hanno fatto più disastri gli scienziati di quanti ne abbiano combinati gli ignoranti». Forse difetta di scientificità e magari scivola nel qualunquismo, ma aiuta a spiegare il perché i cittadini siano contrari alle biotecnologie.

L’articolo è disponibile sul sito web de Il Giornale di Vicenza


O ESTADO DE S.PAULO
Martedì 29 Giugno 2004

Italianos: biotecnologia sim, interesses não
Pesquisa mostra que na Itália maioria teme uso político do conhecimento científico
di Herton Escobar

Per leggere l’articolo clicca qui (file in formato .pdf – circa 400 K)

13 luglio 2004 | in: Rassegna stampa generale, Tags: