Una scienza democratica?

di Federico Neresini

La recente decisione – peraltro già contestata – di declassare Plutone dal rango di pianeta a quello di “pianeta-nano” ha portato nuovamente alla ribalta una questione antica quasi quanto il sistema di classificazione all’interno del quale l’ex-pianeta trovava posto. Si tratta infatti di una decisione presa a maggioranza nel corso dell’ultima assemblea dell’Unione Astronomica Internazionale (Iau), un modo di procedere che molti scienziati, e fra questi molti astronomi, si sono affrettati a definire come inusuale, se non addirittura completamente estraneo al corretto procedere della scienza. “La scienza non è democratica” ha ribadito Franco Pacini, già presidente della Iau, poiché i passi della scienza non si compiono attraverso discussioni da mettere ai voti.

Certo la natura si fa un baffo di quel che noi pensiamo di lei; e non solo perché, come è noto, quel che noi temiamo come la peggiore delle sventure – una malattia letale – verrà salutata dall’agente patogeno che l’ha scatenata come la migliore delle opportunità, ma anche perché la natura non si piega alla nostra volontà di manipolazione. Sotto questo profilo la natura non è certamente democratica, nel senso che non tiene conto affatto del volere della maggioranza, soprattutto se si tratta di una maggioranza composta esclusivamente da una minoranza degli esseri viventi (la specie umana) che della natura fanno parte. Insomma, Plutone è totalmente indifferente a come lo classifichiamo.
Se ne potrebbe dunque concludere che la scienza, volendo descrivere la natura, non può essere democratica? Sarebbe per questa ragione che la scienza non deve essere democratica? Ovviamente ci troviamo di fronte a un parallelismo privo di fondamento. Se, infatti, la scienza è quel che noi pensiamo della natura – un’affermazione su cui credo sia piuttosto difficile non essere d’accordo, a meno di non voler nuovamente attribuire al nostro pensiero una capacità performativa nei confronti dei fenomeni naturali che senza dubbio non abbiamo – allora non c’è alcuna necessità di istituire una corrispondenza fra le modalità di funzionamento del nostro pensiero sulla natura e il funzionamento della natura stessa.
La scienza, di conseguenza, potrebbe anche essere democratica, qualora questa attribuzione venisse intesa come decidere a maggioranza cosa conviene pensare della natura, ma potrebbe anche non esserlo senza alcun problema, preferendo assumere un modello decisionale oligarchico o monarchico oppure, perché no, dittatoriale.
Quel che conta è che la scienza procede prendendo decisioni, talvolta in modo consensuale, in altre occasioni passando attraverso conflitti, non di rado prolungati e senza esclusione di colpi; vale a dire che utilizza un modo di agire tipicamente umano per poter funzionare, anche se questo non ha nulla da spartire su come funziona la natura. La vicenda di Plutone non fa altro che mettere in evidenza quel che una convinzione diffusa e radicata impedisce di riconoscere a proposito della scienza: è un’attività squisitamente umana, con tutto quel che ne consegue, nel bene e nel male. Iniziare a prenderne atto non potrebbe che giovare alla scienza e al nostro modo di interpretarne ruolo e funzioni nel più ampio contesto sociale.

18 ottobre 2006 | in: Contributi, Ricerca,