Tra «giardini» e «banane»: un discorso a puntate sul fenomeno delle opposizioni locali alle cosiddette grandi opere

Giuseppe Tipaldo

1. «Giardini», «banane» e «grandi opere»: ma di che cosa stiamo parlando?

A chiamare il fenomeno di cui ci vogliamo occupare con l’etichetta più famosa in giro per il mondo, soprattutto tra gli addetti ai lavori, viene in mente qualcosa di brutto e sgradevole, probabilmente una malattia: l’espressione «sindrome NIMBY», scrive a questo proposito il politologo torinese Luigi Bobbio, «è un’etichetta malevola che riflette il punto di vista dei portatori degli interessi generali; lascia infatti intendere che le opposizioni siano mosse dal cieco egoismo di chi non vuole un certo impianto a casa propria, ma non muoverebbe un dito se esso fosse proposto a casa d’altri» [Bobbio e Zeppetella 1999: 186].

«Non nel mio giardino!» (Not In My BackYard), questo in effetti vuol dire l’acronimo NIMBY: chi parla sono le centinaia, spesso le migliaia, di volti comuni che si possono incontrare al di là di un pianerottolo, per la strada, andando in ufficio o al mercato, in un museo o al cinema. Persone comuni, che decidono di mobilitarsi in difesa del territorio in cui vivono quando ritengono che un intervento, di norma calato dall’alto come un destino ineluttabile (ma su questo punto torneremo più avanti), rischi di comprometterne o peggiorarne ulteriormente la qualità.

Ma di questo, l’espressione «sindrome NIMBY» sembra non curarsi, preferendo insistere su una supposta reazione egoistica delle comunità locali, come sottolinea Bobbio, attraverso il riferimento al «giardino dietro casa» – di evidente matrice anglosassone, che in Italia non può essere colto a dovere a causa della diversa configurazione urbanistica che storicamente separa i paesi latini da quelli appartenenti o appartenuti al dominio della Corona.

Neanche troppo implicitamente, dunque, si vorrebbe alludere al fatto che dietro le reazioni oppositive si celino presunti interessi egoistici e localistici, «spiegando» di fatto le proteste con una sorta di deficit di «cultura civica» da parte della popolazione interessata. In altri casi, invece, si preferisce insistere sul fatto che l’antagonismo derivi dall’ignoranza, da una precaria o assente alfabetizzazione scientifica: chi protesta, in sostanza, non possiederebbe le cognizioni minime per capire i fatti più elementari della scienza, per questo non si fida, non ascolta, non comprende le ragioni degli esperti. In preda a una percezione del rischio eccessiva e irrazionale, rifiuta i numeri che scienziati e politici gli snocciolano in ogni incontro pubblico, e, con questi, rimanda al mittente anche i progetti che, sui quei numeri, si voleva fondassero la propria solidità.

Rimandando alle prossime puntate la verifica empirica delle due ipotesi appena presentate, (quella che, per comodità, ho chiamato del deficit di «cultura civica» e, l’altra, che potremmo chiamare del deficit di «alfabetizzazione scientifica»), può essere utile dedicare le prossime pagine di questa introduzione ad un’esplorazione dei modi con cui il fenomeno oppositivo verso le grandi opere viene etichettato: le parole sono importanti, in questo caso specifico, perché ogni espressione, come abbiamo visto poc’anzi per la locuzione «sindrome NIMBY», non è affatto neutra, ma veicola una serie di coordinate semantiche (ad esempio l’egoismo localistico celato dalla metafora del «giardino», o la valutazione negativa associata al concetto di «sindrome») che sono in grado di fornire una prima, ancorché abbozzata, radiografia della prospettiva ideologica attraverso cui si guarda al fenomeno.

Leggi tutta la prima puntata.

Giuseppe Tipaldo ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in Ricerca Sociale Comparata presso l’Università degli Studi di Torino, dov’è docente a contratto del corso di Tecniche di analisi del contenuto. I suoi principali ambiti di interesse sono: risk analysis, in particolare sul versante ambientale; opposizione alle cosiddette «grandi opere»; su un versante prettamente metodologico, analisi del contenuto nella ricerca sociale. Tra le sue pubblicazioni più recenti: «Né qui né altrove!». Critica alle grandi opere: un problema di «cultura civica»?, Rassegna Italiana di Sociologia, LII, 4, 2011; Among «Bananas» and «Backyards»: A Statistical Analysis of the Effect of Risk and Scientific Literacy on the Attitude towards a Waste Co-Incinerator in Italy, International Review of Social Research, 1 (3), 2011, pp. 53-72; Percorsi dell’incertezza verso la tecnoscienza. Studio di un caso rivelatore, Quaderni di Sociologia, in corso di pubblicazione.