Terapia del dolore ed eutanasia: gli italiani di fronte ai limiti della vita

di Giuseppe Pellegrini

La vicenda di Terry Schiavo ha provocato negli Stati Uniti e in tutto il mondo un intenso dibattito sull’eutanasia, sollevando questioni di tipo morale, etico e giuridico. E’
giusto mantenere in vita una persona allo stato vegetativo che non abbia nessuna speranza di miglioramento? Chi deve decidere se continuare o interrompere le cure necessarie alla sua sopravvivenza? Queste e altre domande hanno agitato la scena pubblica provocando reazioni e prese di posizione di vario indirizzo. Per conoscere il peso dei diversi orientamenti tra i cittadini italiani l’indagine dell’Osservatorio Scienza e Società realizzata da Observa ha proposto alcuni quesiti specifici. Esaminiamo, in via preliminare, l’opinione del pubblico sul tema del dolore e sui mezzi con cui si debbano affrontare le malattie incurabili.
Di fronte alle sofferenze di un malato, e ai possibili rimedi per alleviarle, gli italiani si schierano per la maggior parte a favore dell’uso di sostanze che riducono l’intensità del dolore. Più della metà degli intervistati ritiene che si debba usare la morfina per ridurne gli effetti (54%). Il consenso all’uso di morfina per ridurre il dolore cresce con l’aumentare dell’età: dal 29,5% tra i più giovani al 60,7% nella classe d’età 45-64. I più giovani sottolineano l’importanza del sostegno psicologico all’ammalato grave in misura doppia rispetto a coloro che hanno più di quarantacinque anni.
Anche la scolarità esercita un’influenza sull’orientamento dell’opinione pubblica. Le persone che possiedono un titolo di studio più elevato sono maggiormente favorevoli all’uso di sostanze che limitano il dolore (67,1%). Al contrario, le persone meno scolarizzate ritengono che sia più importante sostenere il malato psicologicamente (45,3%).
Non si deve trascurare il peso dell’appartenenza religiosa. Sono soprattutto coloro che si dichiarano credenti di religioni diverse da quella cattolica a preferire l’uso di morfina per alleviare il dolore (67,5), anche se i cattolici e i non credenti si attestano su percentuali non di molto inferiori (53,9% e 55,6%). La situazione è diversa per quanto riguarda il sostegno all’ammalato grave: i cattolici sono il gruppo che preferisce maggiormente questa opzione.

Passiamo ora a considerare le circostanze in cui la persona versa in gravissime condizioni ed è vicina alla morte. La questione più rilevante riguarda l’ipotesi di porre fine all’esistenza di un malato cosciente ma in condizioni disperate che chieda espressamente di concludere la propria esistenza. Di fronte a questa situazione la maggior parte degli italiani, quattro su dieci, ritengono che non si debba tener conto della sua volontà e che la persona debba essere tenuta in vita con tutti i mezzi possibili. Le rimanenti posizioni attirano la preferenza di percentuali al di sotto del 30%.
Per quanto riguarda le decisioni da prendere il giudizio è molto netto. Sette intervistati su dieci ritengono che spetti alla persona malata, il 15% al parente più prossimo e il 6,3% al medico curante.
Nel caso in cui la persona malata non sia più cosciente – la situazione di Terry Schiavo – cosa si dovrebbe fare? La maggior parte degli intervistati si schiera a favore dell’opportunità di mantenere in vita a tutti i costi la persona (40,1%); poco meno di un terzo ritiene che si dovrebbero debbano interrompere le cure (27%), il 21% dichiara la necessità di provocare la morte con un farmaco. Sono soprattutto i cattolici (42,8%) e le donne (43,4%) a sostenere la necessità di mantenere in vita con tutti i mezzi possibili la persona.
Se il malato non è in grado di esprimere la propria volontà il problema di stabilire chi possa prendere una decisione in sua vece acquista particolare importanza. Il 57,8% si atterrebbe alla volontà espressa dal malato quando era ancora cosciente. Aumenta in misura consistente l’attribuzione di responsabilità al parente più prossimo (28,4%) contro il 9% accordato al medico curante.
Nel complesso l’orientamento prevalente degli italiani di fronte a situazioni di grave malattia che preludono alla morte è quello di garantire comunque le cure che permettono di mantenere in vita il più a lungo possibile. Questa tendenza suggerisce anche la necessità di una responsabilità collettiva nei confronti dell’individuo, prevista da norme e obblighi precisi dello Stato nei confronti dei cittadini, che sono titolari del diritto alla salute sancito dalla nostra Costituzione. La scelta decisiva di sospendere le cure è però lasciata al singolo, evidenziando che i legami sociali e familiari non possono prevalere sulla capacità di autodeterminazione individuale.
Accanto a queste posizioni rimangono ampi spazi di incertezza, soprattutto quando si tratta di distinguere tra le situazioni di coscienza e incoscienza del malato. In questo ultimo caso la frammentazione delle posizioni suggerisce la necessità di affrontare il tema della malattia irreversibile con strumenti di cui si è discusso negli ultimi mesi: testamento biologico e forme di sostegno giuridico. E ciò per tracciare con più chiarezza i confini tra terapia del dolore, accanimento terapeutico ed eutanasia.

L’articolo è stato pubblicato il 14 settembre 2005 sull’inserto Tuttoscienzetecnologia del quotidiano La Stampa.

La rilevazione è stata condotta tramite interviste telefoniche con metodo CATI su un campione di 1029 casi, stratificato per genere, età e ripartizione geografica, rappresentativo della popolazione italiana con età uguale o superiore ai 15 anni.

E tu cosa ne pensi? Innanzitutto, quali rimedi utilizzeresti per alleviare il dolore? Ritieni che sia importante anche il sostegno psicologico di fronte alla sofferenza? E se un malato in condizioni disperate ti pregasse di…“staccare la spina”?
Esprimi la tua opinione o commenta i risultati emersi dall’Osservatorio, sul nuovo Forum Scienza e Società on-line.

14 settembre 2005 | in: Osservatorio, Primo piano,