Perché si dovrebbe imparare a cartografare le controversie tecnico-scientifiche?

Bruno Latour, Université Sciences-Po, Paris

Perché imparare a cartografare le controversie tecnico-scientifiche? Per rispondere a questa domanda è sufficiente dare un’occhiata ai giornali. Quando il contributo degli esperti scientifici si manifesta, si assiste a un fenomeno piuttosto inaspettato: la discussione continua e, anzi, riprende in modo ancor più infiammato. Basta pensare all’amianto, agli Ogm, alle cellule staminali, alle discussioni sull’impatto ambientale di nuove autostrade, ai SUV in città, per rilevare l’impotenza degli esperti nell’ottenere la chiusura della discussione e a “imporre” il silenzio.

Prima d’indignarsi per una tale “diffusione dell’irrazionalità” e per la “perdita di fiducia negli esperti”, bisogna rendersi conto di quanto l’estendersi delle scienze e delle tecniche ci abbia trasformati tutti quanti in partecipanti, volontari o meno, di grandi esperimenti, alcuni dei quali si svolgono su scala planetaria. Alcuni sono al tavolo del laboratorio in funzione di ricercatori, altri fanno da finanziatori, altri fungono da testimoni, altri, infine, da cavie. Che si tratti di riscaldamento globale, di piani contro la disoccupazione, di telefoni cellulari, di fumo passivo, di autovelox, di riserve petrolifere o di costituzione europea, siamo tutti imbarcati in esperimenti di cui, talvolta, si potrebbe cercare invano il protocollo. La sfera artificiale e fragile nella quale viviamo, come spiega Peter Sloterdijk, richiede la partecipazione controversa di tutti i suoi membri. Se la verità scientifica non riesce più ad imporsi, ciò non avviene a causa dell’irrazionalità in cui sarebbe caduto il popolino, bensì perché la gente si trova oggi in situazione di co-ricerca. Se si è gettata nel laboratorio, è proprio per rifiutare le verità che tentavano di “imporsi” senza discutere e che rischiavano di gettarla sul lastrico. In una sola parola, i fatti indiscutibili sono diventati discutibili – ed è tanto di guadagnato per la razionalità.

Il problema è che non abbiamo ancora i mezzi, i riflessi, gli utensili, le abitudini mentali che ci permettano di trovarci a nostro agio nei fatti d’ora in avanti discutibili. Imbevuti ancora di epistemologia tradizionale, ci rivolgiamo ai manuali scientifici come fossero catechismi. Siamo scioccati quando realizziamo che dovremo abituarci non più a dei dogmi, ma a delle controversie. Una tale libertà, un tale libero esame ci scandalizzano. Vediamo in questa situazione una perdita, anziché un guadagno. Un celebre chirurgo della schiena che mi propose una operazione dolorosa, e al quale mi permisi di dire che, dopo aver fatto il giro delle soluzioni disponibili a Parigi, “c’erano diverse versioni della mia malattia”, mi rispose con alterigia: “Signor Latour, non esistono diverse ‘versioni’. Vi hanno informato male…”. Anche lui pensava che la verità s’imponeva e che i fatti indiscutibili avrebbero dovuto portare la mia schiena sotto al suo bisturi. Quest’ultima, fortunatamente, se la cavò molto bene grazie a un’altra “versione” completamente diversa.

Una nuova domanda si pone quindi a tutti, ricercatori, utenti, finanziatori, semplici cittadini, studenti o giornalisti: come esporre le versioni concorrenti delle stesse questioni scientifiche e tecniche che, su tutti gli argomenti interessanti, richiedono la nostra attenzione e la nostra decisione? In altri termini, come fare a ritrovare una obiettività che non si basi più su un silenzio ammirato, bensì sull’intera gamma dei pareri contraddittori attinenti a versioni opposte della medesima posta in gioco? Come riuscire a collegare queste versioni per riuscire a farsi un’opinione? Questa è la scommessa che la cartografia delle controversie scientifiche e tecniche, come l’ho definita, deve raccogliere. Fortunatamente, le nuove tecnologie digitali permettono in parte di rimediare al caos d’informazione, di dicerie, di notizie nel quale queste stesse tecniche ci avevano immersi in un primo tempo.

Un esempio molto semplice può far capire l’interesse di questi media: una madre di famiglia perde per due volte un figlio piccolo; le assistenti sociali, poi la polizia, poi il giudice la accusano di maltrattamenti e si preparano a metterla in prigione; il medico esperto, delegato dai tribunali, conferma l’accusa. Tuttavia, la cartografia delle controversie rivela un paesaggio decisamente più contrastato. La ricerca medica inglese designa con l’espressione “shaken baby syndrome” non un crimine, ma una malattia la cui origine potrebbe essere genetica. Quindi, ciò che è “verità” in Francia può essere errore sull’altro lato della Manica. Si tratta forse di due versioni diverse? Certamente. Bisogna forse crogiolarsi nel relativismo rinviando le due versioni schiena contro schiena? Certo che no, dato che oggi è possibile identificare i ricercatori anglo-sassoni, trovare i loro articoli, risalire alla loro credibilità relativa e paragonare questa carta delle competenze alla situazione francese. Chi oserà mai dire, quando la madre di famiglia sarà rilasciata, che c’è stato un indebolimento del potere della scienza e della ragione? Chi oserà mai affermare che sarebbe stato meglio nascondere all’imputata e ai suoi avvocati l’esistenza di un campo scientifico tanto contrastato?

Bisogna abituarcisi: le esigenze della ragione sono più complesse di quanto sembra. La grandezza e l’interesse delle scienze stanno nel fatto che devono essere discusse giustamente, e non solo dai ricercatori. Poiché le scienze e le tecniche si sono estese all’intera esistenza quotidiana, è necessario che altri mezzi d’informazione impediscano la chiusura prematura di ciò che è divenuto un nostro bene comune.

Bruno Latour è professore e prorettore per la ricerca all’Università Sciences Po di Parigi. Nato nel 1947 a Beaune, in Borgogna, da una famiglia di viticoltori, si è formato prima come filosofo e antropologo. Dal 1982 al 2006, è stato professore presso il Centre de Sociologie de l’Innovation presso l’Ecole Nationale Supérieure des Mines di Parigi e, per periodi diversi, è stato Visiting Professor presso UCSD (Università della California di San Diego), presso la London School of Economics e presso la Harvard University. Dopo studi sul campo in Africa e in California, si è specializzato nell’analisi degli scienziati e degli ingegneri al lavoro. Oltre a lavorare nel campo della filosofia, della storia, della sociologia e dell’antropologia della scienza, ha collaborato a numerosi studi in materia di politica della scienza e gestione della ricerca.

Traduzione di Valentina Porcellana
Si ringrazia la Fondazione Giannino Bassetti

Immagine creata con Wordle