Perché i cittadini sono contrari alle biotecnologie

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Venerdì 18 Giugno 2004

Chi (e perché) ha paura delle biotecnologie?
di Sara Capogrossi Bolognesi

Gli italiani vogliono decidere su ogm e non solo. Ce lo racconta il sociologo Massimiano Bucchi.

LE BIOTECNOLOGIE fanno paura. Se questo è un fatto ormai assodato, meno chiare sono le ragioni ultime di questa diffidenza. È vero per esempio che è solo la chiusura e la disinformazione a generare paura e ostilità verso le nuove creature di laboratorio? Non la pensano così Massimiano Bucchi e Federico Neresini i quali, forti dei risultati di uno studio pubblicato su Science questa settimana, affermano che no, non è la maggiore informazione ad aumentare la fiducia nelle biotecnologie, anzi, spesso i più scettici sono proprio quelli che ne sanno di più. E allora dove sta il problema? Per scoprirlo i due sociologi hanno analizzato i dati raccolti attraverso tre ampie indagini condotte sulla popolazione italiana, da cui emerge chiaramente che la principale difficoltà non è quella di accettare le nuove tecnologie, ma quella di partecipare al processo decisionale che porta alla loro approvazione. «La popolazione non è contraria a priori, ma diffida di una scienza percepita come “interessata” e di una rappresentanza politica non adeguata alle nuove sfide», spiega a ReS Bucchi. Perduta quell’aura di sacralità di cui godeva un tempo, la scienza è ormai ritenuta uno dei tanti attori in campo. La politica ha già dimostrato i suoi limiti. E il cittadino rimane solo e indifeso di fronte a minacce sempre nuove e sempre più difficili da comprendere in tutti i loro aspetti.
Se poi le biotecnologie sviluppate in ambito medico possono avere un’utilità immediata, più comprensibile e usufruibile dal singolo individuo, rimangono spesso completamente estranee quelle novità scientifiche sviluppate in campo agroalimentare. Va cioè separato il discorso riguardante la clonazione o gli ogm, da quello relativo alla fecondazione artificiale, per esempio. «Riteniamo che la diffidenza verso le biotecnologie che abbiamo documentato non è parte di un pregiudizio più generale verso la scienza», si legge sull’articolo di Science. Solo il 53 per cento degli italiani è favorevole al proseguimento della ricerca sulle biotecnologie alimentari. Ma se si parla di medicina allora la percentuale positiva sale all’84 per cento. Certo, anche qui non sono tutte rose e fiori: «Il 69 per cento degli intervistati, per esempio, definisce la scienza “legata a interessi”. La scienza è anche vista sempre più come disunita al suo interno. Il 68,6 per cento», continua il rapporto, «pensa che i membri della comunità scientifica abbiano visioni contrastanti sul tema degli organismi geneticamente modificati (prodotti alimentari e agricoli), e l’83,3 per cento percepisce un disaccordo tra gli specialisti riguardo la clonazione». Sensazioni che naturalmente aumentano lo scetticismo nei confronti delle biotecnologie.
Eppure c’è ancora fiducia negli scienziati: le istituzioni scientifiche sono al primo posto nella graduatoria delle fonti più credibili (con l’Istituto di Sanità in testa), seguite dalle associazioni di consumatori e dalle organizzazioni ambientaliste. Il problema, come dicevamo prima, emerge quando si passa al piano decisionale: i cittadini vogliono un maggiore coinvolgimento, una maggiore partecipazione. «Per un intervistato su cinque la responsabilità decisionale in materia di biotecnologie dovrebbe ricadere su tutti i cittadini», si legge ancora nel rapporto. Più difficile capire come concretizzare un simile obiettivo. «Sono stati fatti tentativi in nord Europa, in particolare in Danimarca, dove si sono organizzate delle consensus conference o citizen panel su questi ed altri temi», interviene Bucchi. «In Italia c’è stata una prima esperienza condotta dalla Regione Lombardia, che entro fine anno porterà a un convegno a Milano. Ma questo tipo di iniziative sembra insufficiente», prosegue il sociologo.
«Siamo di fronte a una crisi di legittimazione delle procedure che legano expertise scientifico, decision-making e rappresentanza politica. Non è più percorribile il vecchio approccio (“lasciar fare agli esperti”), ma neanche l’approccio utopistico (che pretende di trasformare tutti i cittadini in esperti scientifici)». Il problema con le biotecnologie è quindi solo l’apice di un iceberg che rivela un ostacolo nell’articolazione dei nessi tra scienza, politica e impresa. «Si può delegare, certo, ma solo a certe condizioni di trasparenza e accountability», conclude Bucchi, che nelle sue indagini ha raccolto dati indicativi: «Una maggioranza di intervistati indica come miglior sede di decisioni sulle biotecnologie un’istituzione transnazionale (l’Unione Europea); quelli che hanno scelto il governo italiano sono ancor meno numerosi di quelli convinti che “nessuno è in una posizione per decidere”». Sembra dunque ingenuo imputare la colpa solo ai media – come spesso succede – e ridurre a un problema di informazione quello che può essere invece il segnale più grave di un’esigenza di rinnovamento delle procedure democratiche.

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18 giugno 2004 | in: Rassegna stampa generale, Tags: