L’amore a regola d’arte

Cristina Donà e Umberto Curi

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Cristina Donà

La canzone l’Aridità dell’aria parla proprio di amore: la sensazione che si crea quando una storia finisce, quando, principalmente, non c’è più comunicazione. Nello scrivere questa canzone sentivo una esigenza impellente di far parlare la donna nella musica italiana. Ci sono grandissime interpreti femminile che però presentano testi scritti da uomini. Io volevo portare nella musica la voce di una donna che parla della sua storia d’amore conclusa in un modo un po’ aggressivo. Inoltre cercavo di dare l’immagine di una donna che reagisce prepotentemente alla fine della relazione.

…ti lascerò scavare

lacera il ventre il tuo vento e

poi da questa voragine ti lascerò passare

mi chiedi : “Fammi un esempio a caso” e

sento l’aridità dell’aria

che pesa, pesa, pesa su di me

se adesso urlo riesco a frantumarla

metti il tuo sguardo ghiacciato sul detonatore,

dai, riduci in polvere tutto così potrò ricominciare.

Umberto Curi

Che cosa s’intende con l’espressione amore a regola d’arte? “Arte” è un termine sostanzialmente ambivalente. In italiano consideriamo “arte” nel significato di tecnica, quella utilizzata dall’artigiano per la fabbricazione dei suoi prodotti oppure intendiamo “arte” in un senso molto più elevato, più nobile, ossia con la A maiuscola. A tal riguardo vorrei portare la riflessione su un famosissimo quadro, considerato spesso il vero e proprio manifesto dell’arte rinascimentale e conosciuto convenzionalmente come La Primavera di Botticelli. Sopra la figura centrale di Venere volteggia un putto: ignudo, alato, provvisto di arco e faretra. Egli è impegnato nel dardeggiare tre donne quasi discinte identificabili nelle Tre Grazie che stanno fra loro danzando. Questo putto alato armato di arco e faretra è la rappresentazione, l’archetipo, l’immagine tradizionale dell’amore. Nel quadro del Botticelli e in tutte le rappresentazioni a seguire il putto è bendato o palesemente cieco. Quale significato ha l’enfasi su questa mancanza della capacità di vedere da parte del simbolo dell’amore? La prima è che l’amore scocca i suoi dardi alla cieca. La seconda implicazione, più interessante, è che il putto è messo nella impossibilità di vedere perché anch’egli attraverso i suoi dardi acceca coloro che vengono colpiti, l’amore rende ciechi. Non solo l’amore è qualcosa che capita, senza guardare in faccia nessuno, senza rispetto per le condizioni sociali o economiche di coloro che ricevono, subiscono, questi dardi, ma coloro che ricevono il dardo dell’amore non vedono più, restano accecati, restano ottenebrati. In conclusione, come mai questa rappresentazione simbolica dell’amore diventa dominante nella tradizione culturale, e non sono il quella iconografica, ma nella tradizione culturale, letteraria, filosofica dell’occidente? Quale significato può rappresentare l’amore come un cieco che acceca?

Cristina Donà: Un’altra parola che è stata usata è “sospensione”. Ritrovo spesso delle immagini sospese nella mia musica e visto che si parla d’amore userei la canzone più sospesa che ho scritto. La sospensione in amore, per me, è Goccia.

…ma tu sei una goccia che non cade

e rimanda la mia guarigione

come un rumore sospeso che

non esplode

Umberto Curi: Queste due bellissime canzoni di Cristina si riferiscono a vicende d’amore infelice. Se ripercorriamo i grandi racconti d’amore che hanno costituito altrettanti archetipi della tradizione culturale occidentale possiamo notare che siamo sempre in presenza di grandi storie d’amore infelici. Grandi storie d’amore che si concludono con un esito tragico, in cui i due amanti, nelle migliori delle ipotesi, anche ove non soccombano, come accade molto spesso, sono tuttavia nell’impossibilità di coronare il loro sogno d’amore. Grandi coppie di innamorati come Eco e Narciso, Orfeo ed Euridice, Tristano e Isotta, infine, Giulietta e Romeo. Per quale ragione sembra impossibile concepire l’amore se non attraverso questo sua indissolubile connessione con la morte? Per quale ragione queste storie d’amore nella loro esemplarità, nel fatto cioè che non sono storie d’amore fra altre, ma sembra quasi che esse delimitino l’orizzonte complessivo nel quale possano situarsi tutte le storie d’amore, hanno questo sfondo intensivamente tragico?

Cristina Donà: Potrei rispondere con una canzone che si chiama Invisibile. Colui il quale è innamorato e non è corrisposto è invisibile. È una situazione che si prova quando l’altro probabilmente non ti vede.

…invisibile come sempre

quando ti vorrei dire

che non sopravvivo.

Invisibile o forse

è solo una mia immagine

Umberto Curi: Alcuni riflessioni che sono agganciate al tema della non corrispondenza e dell’invisibilità riguardano il grande mito di Eco e Narciso descritto in maniera insuperabile nel III libro delle Metamorfosi di Ovidio. L’impossibilità del corrispondere perché, proprio come Narciso, si è racchiusi nella propria identità e nell’altro si cerca solo l’immagine di se stesso. Oppure si è privi di una identità autonoma come nel caso di Eco e quindi non si riesce neppure a entrare veramente in rapporto con l’altro.

Un altro mito narrato sempre da Ovidio ma in maniera più suggestiva, quasi struggente, nel IV libro delle Georgiche di Virgilio: il mito di Orfeo ed Euridice. Un mito che ancora inquieta e turba la coscienza dell’uomo contemporaneo perché il suo nucleo concettuale di fondo resta inesplicabile. Euridice, la giovane amatissima moglie di Orfeo è morta prematuramente, Orfeo non sa darsi pace. Egli cerca di consolarsi mediante la sua arte, attraverso il canto e la musica. Ma l’arte non è sufficiente, non ci consola abbastanza. Vincit amor, alla fine prevalse l’amore e Orfeo dimenticata ogni prudenza, penetra nelle profondità degli inferi per tentare di portare alla luce la moglie prematuramente scomparsa. Giunge di fronte alle divinità infere e cerca di commuoverle, ancora una volta col suo canto, appunto con l’arte della musica e riesce ad ottenere la restituzione della sua donna. Un dono inaudito, mai concesso a nessuno! Ammesso a una sola piccola, apparentemente elementare, trascurabile condizione: egli non deve voltarsi a guardare l’amata fino a che non sono usciti nuovamente alla luce. Comincia questo percorso in cui i due camminano, lui avanti e lei dietro, e quando già si intravede il chiarore della luce esterna, all’improvviso Orfeo si volta. Con un lamento Euridice scivola via e a questo punto irrimediabilmente. Orfeo non ha resistito alla pulsione di guardarla e proprio per questa ragione la perde. Se voi ci pensate, dai primi anni dell’era volgare fino alla nostra contemporaneità studiosi, poeti, letterati, artisti, autori di cinema si sono interrogati su questo mito, lo hanno riproposto, proprio per questa forte carica enigmatica, tutti concentrati sull’interrogativo: ma perché Orfeo si volta? Ma come è andato fino in fonda all’inferno per riprendersi la sua donna, l’ha avuta indietro e non riesce a rispettare questa elementare condizione che è stata a lui imposta, perché?

Cristina Donà: Per dare un po’ di speranza ho scritto una canzone, Universo abbozzata partendo dall’idea, un po’ inconsueta delle stringhe. In fisica, la teoria delle stringhe si riferisce alla volontà di trovare una legge che unisca il tutto. Nel ritornello c’è questa vertigine che danza che è un po’ una stringa che collega i pianeti alle labbra dell’amato.

…dentro una vertigine che danza

e ci porta al di là del tempo

sino a ritornare sulle labbra

l’incanto è lo stesso

perché niente è cambiato

anche se tutto è diverso.

Umberto Curi: Nella canzone Universo si parla di amore come di una forza che è addirittura potenzialmente in grado di unire tutto l’universo. Quale è l’origine di questo modo di pensare? Secondo Platone in origine gli esseri umani avevano forma sferica: due teste, quattro gambe, quattro braccia, due sessi. Gli esseri umani erano così perfetti da diventare arroganti, ribelli nei confronti di Dio, tanto da tentare l’assalto al cielo. Fu così che Dio dovette intervenire e lo fece tagliando a metà gli essere umani originari. Da quel momento, da quella ferita originaria, ciascuno di noi che pure crede di essere un intero in realtà è soltanto, un simbolon, cioè è solo la parte di un essere umano compiuto. Ed è quindi inevitabile che ciascuno di noi per tutta la vita cerchi l’altra metà mediante la quale ricostituire la forma piena originaria. L’amore quindi è letteralmente una forza di risanamento di quella forma piena dalla quale siamo provenuti. Platone non dice se la ricerca del completamento del nostro essere raggiunga o meno esito positivo. Tuttavia possiamo dedurne, pensando ai miti d’amore precedentemente presentate, a tutte queste vicende d’amore infelice, che tale ricerca è destinata a restare alla fine inappagata. Forse questo mito ci lascia intendere perché l’uomo occidentale non è riuscito a pensare all’amore se non in questo modo tragico, poiché interpretando Platone, noi potremmo dire che siamo destinati a non ritornare più a essere rotondi. Siamo destinati a restare parti senza un intero vivendo costantemente questa nostalgia della pienezza che ci accompagna per tutta la vita.