La sicurezza val bene un esame del dna: gli Italiani e l’uso della genetica nella lotta alla criminalità

di Valeria Arzenton e Massimiano Bucchi

Nuovo appuntamento con l’Osservatorio Scienza e Società, un’iniziativa di Observa – Science in Society in collaborazione con Tuttoscienzetecnologia, Superquark e Quark

Le foto di Saddam Hussein scrutato in bocca e di Tony Blair che si sottopone diligentemente al prelievo di saliva per l’esame del DNA hanno dimostrato in modo emblematico all’opinione pubblica mondiale quale ruolo la moderna genetica abbia ormai assunto nella lotta alla criminalità. L’introduzione degli esami del DNA per l’identificazione di criminali – già disposta in numerosi Paesi anche sulla scia dell’emergenza terroristica – apre una serie di dilemmi: su quali soggetti (già condannati o solo sospettati di un reato), per quali reati e a quali condizioni (solo con il consenso dell’interessato o anche in modo coercitivo) l’opinione pubblica li considera accettabili? In altre parole, come bilanciare le esigenze di sicurezza collettive con le garanzie per la privacy del singolo, soprattutto quando si tratta di dati così sensibili?

A fronte di un diffuso timore per il terrorismo e la criminalità, gli Italiani appaiono in generale favorevoli a misure e strumenti che mettano a disposizione della giustizia informazioni sul singolo individuo. In vista di una più efficace lotta alla criminalità, quasi il 90% sarebbe disposto a rendere accessibili le proprie informazioni personali: oltre il 60% lo farebbe addirittura su ogni tipo di informazione. E tra i vari contributi che la ricerca scientifica può dare nella tutela della sicurezza, quello della genetica spicca al primo posto nella percezione dell’opinione pubblica italiana. Così, sfiora l’80% la quota di quanti considerano legittimo l’utilizzo degli esami del DNA nell’ambito della lotta alla criminalità: un Italiano su due lo limiterebbe ai soggetti già condannati o sospettati di reato, più di uno su quattro ne accetterebbe l’estensione a tutti i cittadini.
Solo per un Italiano su dieci il prelievo della saliva da parte delle Forze dell’Ordine per esaminare il DNA di un sospettato è in ogni caso inammissibile; le motivazioni più ricorrenti lo considerano una violazione della libertà personale o dubitano dell’effettiva efficacia di simili esami. Quasi sei Italiani su dieci, invece, sono favorevoli al prelievo della saliva; tra di loro, quasi l’80% ammette senza difficoltà che possa avvenire senza il consenso dell’interessato. Per uno su tre, la sua ammissibilità è vincolata al sospetto di reati particolarmente gravi quali violenza sessuale, omicidio e terrorismo.

Ampia è anche l’apertura alla creazione di un archivio di dati genetici esteso a tutta la popolazione, a disposizione di ricercatori o Protezione Civile. E’ in questo caso, però, che emergono le principali preoccupazioni, legate ad esempio alla possibilità che i dati siano utilizzati in senso discriminatorio da imprese (nel reclutamento di personale) o compagnie assicurative. Si conferma, dunque, uno scenario già in parte delineato da studi nazionali e internazionali: quando ricerche e applicazioni della moderna genetica sono riconosciute in stretto collegamento a obiettivi che i cittadini considerano prioritari (come la tutela della propria sicurezza), emerge una significativa disponibilità ad utilizzarle, pur in presenza di perplessità sulla controllabilità delle loro implicazioni.

Questa sostanziale apertura non deve indurre a trascurare alcune criticità. L’idea che accedere alle informazioni personali possa implicare anche un esame del DNA e questo a sua volta la necessità di un prelievo coatto di saliva, infatti, non risulta affatto scontata. Da un lato i materiali utilizzabili e la portata esplicativa degli esami del DNA non appaiono del tutto chiari a una parte degli intervistati, d’altra parte la percezione della loro efficacia ed effettiva praticabilità non è del tutto esente da ambiguità. Ad esempio, se la maggioranza degli Italiani riconosce negli esami del DNA uno strumento per accertare rapporti di consanguineità o presenza di malattie ereditarie, per una quota non trascurabile tali esami consentirebbero di rivelare anche predisposizioni a svolgere certi lavori o inclinazioni a compiere atti criminali. Analogamente, quasi il 90% individua nei campioni di sangue e saliva un materiale suscettibile di essere usato per estrarre il DNA, ma oltre il 30% ritiene che anche un’impronta digitale possa fornire lo stesso tipo di informazioni.
Questi, forse ancor più delle preoccupazioni legate alla privacy, appaiono i principali nodi da affrontare nel quadro degli orientamenti del pubblico italiano in materia di dati genetici. Soprattutto in questa direzione si prefigura, quindi, un ampio spazio tanto per un monitoraggio ricorrente quanto per opportune iniziative di comunicazione che possano affrontare simili criticità sul piano del dialogo tra esperti, policy makers e cittadini.

L’articolo è stato pubblicato il 24 maggio 2006 sull’inserto Tuttoscienze e Tecnologia del quotidiano La Stampa.

I dati sono frutto dell’indagine “Dati genetici, Sicurezza e Opinione Pubblica in Italia” promossa dal Comitato Nazionale per la Biosicurezza e le Biotecnologie della Presidenza del Consiglio dei Ministri e realizzata da Observa – Science in Society.
Il rapporto completo della ricerca è accessibile ai soli soci di Observa, cliccando qui

L’ indagine è stata condotta tramite interviste telefoniche su un campione di 1011 casi rappresentativo della popolazione italiana sopra i 15 anni; la supervisione scientifica è di Federico Neresini (Università di Padova), Massimiano Bucchi (Università di Trento) e Giuseppe Pellegrini (Università di Padova) in collaborazione con Valeria Arzenton

24 maggio 2006 | in: Cittadini, Osservatorio, Primo piano,