La partecipazione dei cittadini può arricchire le politiche della ricerca?

Massimiano Bucchi

Intervento nella sessione “Scienza, società e la strategia di Lisbona”
Forum “Science in Society” – Bruxelles, 10 marzo 2005

Energia nucleare, OGM, cellule staminali: quanto più la scienza avanza, tanto più sembra trovare resistenza da parte della società. Si dice e si sente spesso ripetere che questa visione è stata superata da sempre più sofisticate analisi delle relazioni esistenti tra ricerca e cittadini. Da un certo punto di vista, in effetti, si potrebbe tracciare la storia delle definizioni di policy in quest’area analizzando le trasformazioni linguistiche nei documenti della UE e nei relativi programmi di finanziamento: da “consapevolezza pubblica della scienza” a “dialogo”, da “scienza e società” a “scienza nella società”.
Tuttavia, per citare le recenti conclusioni di un influente gruppo di scienziati europei: “Una lezione che emerge dopo decenni di controversie (ogm, cellule staminali, tecnologie per la riproduzione) è che ricerca, sviluppo e innovazione non possono prosperare bene di fronte ad una opposizione sociale nei confronti della scienza” (Conclusione del Gruppo Europeo per le Scienze della Vita, dicembre 2004).
Più o meno esplicitamente, i rapporti sulle relazioni tra scienza e società tendono a dare l’impressione che la partecipazione e la mobilitazione dei cittadini siano percepite per lo più come un potenziale ostacolo per la ricerca e l’innovazione, un ostacolo che deve essere rimosso o preventivato attraverso iniziative appropriate.
Crescono tuttavia esempi di cittadini che sostengono attivamente la ricerca. Basti pensare al contributo, sia in termini di sovvenzioni che di coinvolgimento personale, dato alla ricerca per il cancro o per l’AIDS, oppure, più recentemente, ad associazioni di grande successo come Telethon o l’Associazione per la Distrofia Muscolare in Francia (AMF), che hanno ottenuto straordinari risultati nel promuovere la ricerca su patologie particolari che non sarebbe stata altrimenti intrapresa né dalla ricerca pubblica, né da quella privata.

La società è quindi ottusa, ma solo in determinati casi? E che dire allora delle organizzazioni di pazienti e omosessuali che hanno fortemente influenzato la sperimentazione di medicinali anti AIDS, ottenendo per esempio procedure abbreviate di autorizzazione ai farmaci, oppure rifiutando il placebo? Sebbene alcuni possano classificare questi casi come “scienza impura”, sono proprio le medesime condizioni che rendono oggi possibile un ampio dibattito pubblico sulle biotecnologie, ad aver reso possibile il supporto e il finanziamento per la ricerca sul cancro e l’AIDS su una scala mai raggiunta in precedenza nella storia della ricerca biomedica. La partecipazione dei cittadini può essere oggi – e probabilmente lo sarà sempre di più in futuro – una risorsa importante per promuovere e rafforzare la ricerca in un’Europa democratica. Dobbiamo però capire che la partecipazione dei cittadini non è un semplice pulsante da premere, un processo che può essere attivato o disattivato facilmente sulla base dei bisogni di una politica della ricerca definita altrove: il punto di vista dei cittadini non è un problema di cui preoccuparsi “a decisione avvenuta”, la società non entra in gioco una volta che la scienza è definita.
Una delle ragioni per cui ciò non ha senso è che la partecipazione dei cittadini in ambito scientifico sta già avvenendo – che questo ci piaccia o no, che noi lo incoraggiamo o meno. Le politiche della ricerca in un’Europa democratica devono prendere in considerazione il punto di vista dei cittadini già nelle loro fasi iniziali, a monte del processo decisionale politico.
Una società della conoscenza, oggi, non solo è “compatibile” con una società democratica. Una società della conoscenza, oggi, non può esistere senza una società davvero democratica in tutti i suoi meccanismi, inclusa la governance della conoscenza.

Massimiano Bucchi insegna Sociologia della Scienza all’Università di Trento.