Italiani ignoranti e, dunque, antiscientifici?

di Federico Neresini

Da qualche tempo, scienziati e autorevoli commentatori vanno ripetendo che l’Italia è diventata il regno dell’irrazionalità e dell’ignoranza scientifica.

Aumenta il numero delle persone truffate da maghi, cartomanti e guaritori? Si rileva l’esistenza di un fronte tanto composito quanto esteso di oppositori alle biotecnologie? Permane una radicata diffidenza nei confronti del nucleare? Si mobilitano gruppi spontanei di cittadini per opporsi all’installazione di tralicci per l’alta tensione e ripetitori per la telefonia? Diminuiscono i fondi per la ricerca scientifica? La causa è una e una soltanto: siamo un popolo che non conosce le nozioni scientifiche basilari o, nella migliore delle ipotesi, uno stuolo di incalliti umanisti che disdegna con sufficienza la cultura scientifica (1).

Perfino la nostra classe politica, solitamente additata dagli scienziati come esempio di scarsa preparazione scientifica e di quasi totale insensibilità ai problemi della ricerca, sembra aver recepito l’urgenza di intervenire per contrastare la condizione di drammatica arretratezza in cui versiamo. Nel documento “Linee guida per la politica scientifica e tecnologica del Governo” predisposto dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca – divenuto decreto legislativo nello scorso aprile – viene infatti dichiarato non solo l’impegno a portare gli investimenti dello Stato all’1,75% del PIL nel 2006, ma anche la necessità di sensibilizzare la pubblica opinione sul ruolo strategico della ricerca scientifica.

Hanno dunque ragione gli scienziati a lamentare l’avanzamento di una cultura antiscientifica e, di conseguenza, il diffondersi del dubbio e del sospetto nei confronti del loro operato?

Ciò significa che in passato non era così? Che gli Italiani amavano e apprezzavano gli scienziati e il loro lavoro più di oggi? E ancora: ciò significa che gli Italiani esprimono atteggiamenti di ottusa resistenza all’innovazione scientifica e tecnologica perché sono molto più ignoranti degli altri cittadini europei ?

Se, anziché lanciare proclami, ci limitiamo a considerare i dati disponibili, possiamo facilmente scoprire che la situazione italiana non sembra poi così diversa da quella di molti altri paesi.

Sul piano delle conoscenze scientifiche socialmente disponibili gli Italiani rientrano infatti nella media europea. Stando alle rilevazioni più recenti, risultiamo più ignoranti di svedesi, olandesi, finlandesi e danesi, ma meno di portoghesi, irlandesi, greci e spagnoli; in sostanza stiamo nel mezzo, in compagnia di tedeschi, inglesi e francesi (2).

E come ce la caviamo quanto a consapevolezza del metodo scientifico? Più o meno nello stesso modo: mentre sappiamo abbastanza bene cosa significa “rischio di contrarre una malattia ereditaria” misurato in termini probabilistici – siamo appena sotto la media europea (67,7% di risposte corrette contro 68,7%), comunque meglio di Germania, Grecia, Spagna, Irlanda, Austria e Portogallo – solo un Italiano su quattro sa come si deve condurre una sperimentazione farmacologica (qui risultiamo i più ignoranti), ma su scala europea il rapporto sale ad appena uno su tre (3).

Dunque non possiamo certo dire che, messi a confronto con gli altri cittadini europei, brilliamo per competenza scientifica, ma non siamo nemmeno così disperatamente impreparati. E comunque ci inseriamo in un quadro generale nell’insieme piuttosto insoddisfacente.

La nostra collocazione viene inoltre confermata anche su questioni più specifiche – per esempio solo un terzo degli Italiani riconosce come falsa l’affermazione per cui “i pomodori geneticamente modificati contengono geni mentre gli altri no”, esattamente come la media degli europei – e non subisce variazioni nel tempo, dal momento che questa percentuale rimane la stessa nel 1996, nel 1999, nel 2000 e nel 2001 (4).

Anche su piano degli atteggiamenti la scienza gode di un prestigio sociale decisamente elevato, nonostante molti scienziati sembrino convinti del contrario.

Secondo le rilevazioni dell’Eurobarometro, gli europei esprimono un giudizio di grande stima nei confronti dei medici – indicati come la categoria a cui attribuire il massimo grado di fiducia dal 71% degli intervistati – subito seguiti però dagli scienziati (45%), per di più con evidente distacco rispetto alle altre categorie professionali, come per esempio gli ingegneri (30%), i giudici (28%), gli artisti (23%), gli uomini d’affari (14%), per non parlare poi dei politici (7%) (5).

Nel caso specifico dell’Italia la situazione non si modifica; anzi, per quanto riguarda gli scienziati sembra addirittura migliore, dal momento che godono di grande prestigio presso il 46% della popolazione – quindi appena sopra la media europea, mentre per i medici lo stesso giudizio vale per il 67%, dunque con una leggera flessione rispetto al valore medio europeo.

Se poi guardiamo alle nuove generazioni, l’immagine degli scienziati esce ancora più rafforzata. Nel 2000 la fiducia attribuita agli scienziati dai giovani Italiani compresi fra i 15 e i 29 anni risultava molto elevata: l’84% li collocava al primo posto di una graduatoria che comprendeva varie categorie professionali e istituzioni, confermando quanto era già emerso quattro anni prima (6).

Tornando a livello europeo non v’è dubbio che la scienza goda di buone opinioni. La grande maggioranza dei cittadini europei non esita infatti a riconoscere i benefici presenti e futuri derivanti dall’avanzamento delle conoscenze scientifiche non solo per quanto concerne la salute, ma anche nell’ambito della vita quotidiana nei suoi vari aspetti. La metà ritiene inoltre che i benefici apportati dalla scienza siano più grandi degli effetti negativi comunque connessi al progresso scientifico e tecnologico. Ciò non impedisce, ovviamente, valutazioni più caute o critiche: solo una minoranza (17%) crede che la scienza e la tecnologia possano risolvere tutti i problemi, mentre circa un terzo è del parere che lo sviluppo scientifico e tecnologico non potrà eliminare la fame e la povertà, così come non sarà in grado di migliorare le condizioni ambientali (7).

Dubbi e diffidenze emergono con maggiore chiarezza se vengono prese in considerazione questioni più specifiche. E’ quanto accade, per esempio, a proposito delle biotecnologie.
I dati più recenti disponibili su scala europea mettono in evidenza due aspetti di carattere generale.

Le biotecnologie sono innanzi tutto valutate diversamente a seconda che si tratti del settore agro-alimentare o di quello biomedico: le prime sono giudicate meno utili – dunque più rischiose e meno moralmente accettabili – delle seconde.

Complessivamente, si osserva inoltre che, mentre la percezione del rischio è rimasta pressoché costante rispetto al 1996, tanto l’utilità quanto l’accettabilità morale sono diminuite (8).

E in Italia? Ancora una volta il dato complessivo che riguarda il nostro Paese non si discosta visibilmente da quello europeo.

Il pubblico italiano conferma la tendenza a discriminare nettamente tra applicazioni biotecnologiche in campo medico e applicazioni in campo agroalimentare. Nel caso delle prime, infatti, i rischi – pur riconosciuti in modo spesso molto evidente – sono almeno parzialmente controbilanciati dai potenziali benefici. Fa eccezione la clonazione a fini riproduttivi, che solo il 24% ritiene utile e oltre il 70% considera rischiosa (per l’80% è anche moralmente inaccettabile). L’applicazione delle biotecnologie in campo alimentare, invece, incontra chiara l’ostilità da parte degli Italiani: due intervistati su tre considerano gli OGM rischiosi. Solo uno su cinque sarebbe disposto ad acquistare frutta geneticamente modificata se anche avesse un gusto migliore di quella tradizionale e solo uno su dieci la acquisterebbe se costasse meno dell’altra (9).

Il livello di conoscenza scientifica socialmente disponibile in Italia non sembra quindi poi così drammaticamente lontano da quello rilevato altrove, mentre l’ignoranza scientifica sembra inscriversi in un contesto di scarsa istruzione generalizzata: restiamo un Paese dove si legge poco e con tassi di scolarizzazione superiore al di sotto della media dei paesi industrializzati. Come dire che, in media, pochi Italiani sanno che cosa è il DNA – del resto lo sanno mediamente anche pochi europei – ma, con ogni probabilità, si troverebbero anche pochi Italiani che sanno chi fu Carlo Magno o chi scrisse “L’infinito” oppure quali paesi attraversa il Danubio o, ancora, quale sia la forma istituzionale del nostro Stato.

Le cose non vanno molto diversamente sul piano degli atteggiamenti. La scienza e gli scienziati godono della fiducia della grande maggioranza dei cittadini, in molti casi a livelli superiori dei nostri partner europei. Sulla questione relativamente più circoscritta delle biotecnologie che qui abbiamo seppur brevemente preso in esame, le posizioni prevalenti degli Italiani risultano allineate a quelle rilevate su scala europea. Risulta inoltre evidente che la presupposta connessione fra conoscenza e atteggiamenti viene messa in discussione dall’analisi dei dati disponibili. Non solo molte persone poco preparate sul piano scientifico riconoscono grande valore al lavoro degli scienziati, ma anche molte fra quelle scientificamente avvedute esprimono valutazioni critiche se non addirittura di manifesta opposizione verso la scienza. Anche un’elevata esposizione all’informazione scientifica veicolata dai media non risulta un predittore affidabile di atteggiamenti favorevoli nei confronti della scienza (10).

Parlare di imperante oscurantismo scientifico e di cultura antiscientifica dilagante risulta dunque spesso fuori luogo o, quanto meno, una fuorviante esagerazione.
Ciò non significa negare che la scienza abbia visto progressivamente ridurre la posizione di privilegio e l’aura di sacralità con cui aveva trionfalmente iniziato il secolo scorso: tali tendenze sono in atto e sono senza dubbio evidenti, in Italia come nel resto del mondo industrializzato. Piuttosto è necessario iniziare a prendere atto del fenomeno in una prospettiva più distaccata e forse più utile per analizzarne le conseguenze in termini costruttivi. Per esempio riconoscendo che uno degli aspetti centrali del problema riguarda la dimensione comunicativa.

Scienza e società hanno da sempre faticato a comunicare, solo che fino a quando gli scienziati hanno potuto lavorare indisturbati facendo leva sull’appoggio incondizionato della società – dunque cullandosi nell’illusione che fosse possibile tenerla al di fuori dalle porte dei loro laboratori – le difficoltà erano meno evidenti. L’impegno degli scienziati era tutto centrato sulla comunicazione con i colleghi, fatto salvo le occasioni in cui era necessario convincere i loro finanziatori, politici o imprenditori che fossero, ad aprire i cordoni della borsa. Ma quando la società ha deciso – per ragioni varie e articolate, derivanti da processi di trasformazione di lungo periodo che qui non possiamo certo analizzare (11) – di ritirare la cambiale in bianco che aveva staccato a favore della comunità scientifica, gli scienziati hanno dovuto iniziare a confrontarsi con nuovi interlocutori, che avanzano richieste e pongono questioni in un linguaggio per molti versi a loro sconosciuto. Nel nostro Paese, come altrove, la comunità scientifica si trova così di fronte a un dilemma: difendere il privilegio e la sacralità di un tempo, gridando al complotto e arroccandosi su posizioni che prediligono il fideismo acritico piuttosto che la critica più o meno consapevole, oppure acquisire la convinzione che scienza e società vivono in una simbiosi profonda e che è dunque necessario aprirsi al confronto, accettando di perdere tempo per discutere di questioni forse sciocche, se valutate secondo i criteri della scienza, eppure rilevanti per la maggioranza dei cittadini.

Note

(1) Una versione più ampia e articolata di questo contributo è stata pubblicata con il titolo “Siamo una democrazia poco scientifica?” su PALOMAR, 14, maggio 2003, pp.82-93.

(2) Si veda il rapporto su “Europeans, science and Technology” (Eurobarometer 55.2, Dicembre 2001), p.22

(3) “Europeans, science and Technology” (Eurobarometer 55.2, Dicembre 2001), p.23

(4) I dati relativi al 1996 e 1999 sono quelli stati rilevati dall’Eurobaromentro (rispettivamente 46.1 e 52.1). Per gli anni più recenti si vedano invece Bucchi e Neresini (2000b) e Bucchi, Neresini, Pellegrini (2001).

(5) “Europeans, science and Technology” (Eurobarometer 55.2, Dicembre 2001), p.43

(6) Bucchi (2002, p.385).

(7) “Europeans, science and Technology” (Eurobarometer 55.2, Dicembre 2001), p.29

(8) Gaskell e Bauer (2002, p.36-38).

(9) Bucchi, Neresini, Pellegrini (2001, p.53).

(10) Bucchi e Neresini (2002).

(11) Molti studiosi si sono interrogati sui cambiamenti che hanno portato alla progressiva erosione del consenso di cui godeva la scienza. Fra i tanti si può rinviare a Giddens (1990), Latour (1991), Ziman (2000).

Riferimenti bibliografici

Bucchi M., 2002, Scienza e nuove tecnologie, in C. Buzzi, A. Cavalli, A. De Lillo (a cura di), “Giovani del nuovo secolo “, il Mulino, Bologna

Bucchi M., Neresini F., 2000b, Biotecnologie e opinione pubblica in Italia. 1a indagine sulla popolazione italiana , POSTER, Vicenza

Bucchi M., Neresini F., 2002, «Biotech remains unloved by the more informed», in NATURE, 416, p.261

Bucchi M., Neresini F., Pellegrini G., 2001, Biotecnologie fra innovazione e responsabilità , Fondazione Bassetti – POSTER, Milano

Gaskell G., Bauer M.W. (eds), 2002, Biotechnology 1996-2000. The years of controversy , The Science Museum, London

Giddens A., 1990, The Consequences of Modernity , Polity Press, Cambridge

Latour B., 1991, Nous n’avons jamais été modernes , La Découverte, Paris

Ziman J., 2000, Real Science , Cambridge University Press, Cambridge

1 giugno 2003 | in: Comunicazione, Contributi,