Istituzioni dominanti e OGM nel Regno Unito: una storia da raccontare

Mario Moroso

Una delle controversie scientifiche che più ha caratterizzato l’Europa negli ultimi 15-20 anni è sicuramente quella relativa al rilascio degli organismi geneticamente modificati (OGM) nell’ambiente. La controversia sugli OGM, nel bene o nel male, tende ad essere interpretata come il riflesso di importanti trasformazioni culturali che hanno modificato il rapporto tra scienza e società. Diversi studiosi concordano nell’affermare che il problema degli OGM, principalmente dalla metà degli anni ’90, sia stato un problema di percezione pubblica del rischio e di accettazione di una nuova tecnologia. Tuttavia, i vari resoconti del dibattito sugli OGM hanno offerto punti di vista diversi e talvolta contrastanti, fondati su idee differenti del rapporto tra scienza e società. Irwin e Michael (2003) hanno mostrato come spesso queste idee, e questo vale anche per il dibattito sulle biotecnologie, oscillino tra due poli. Da un lato, c’è un approccio più tradizionale nell’interpretare la risposta del pubblico verso scienza e technologia, risposta che dipenderebbe dal livello di preparazione scientifica del pubblico (cfr. Bucchi, 2003; Bucchi, 2004). I sondaggi dell’Eurobarometro sulle biotecnologie sono spesso portati ad esempio di questo approccio. Al lato opposto si trova una visione più dualistica del rapporto tra scienza e società secondo cui scienza e tecnologia vengono incorporate all’interno di contesti locali e familiari nei quali altre forme di conoscenza concorrono a formare l’identità delle persone.

Nel contesto del dibattito sugli OGM, per lo meno nel Regno Unito, questo secondo approccio – che al giorno d’oggi è venuto ad assumere un ruolo dominante – trova la sua prima espressione concreta in Uncertain World (Grove-White et al. 1997). I temi centrali in Uncertain World (UW) ricorrono in tutta una serie di lavori successivi legati a questo modello esplicativo (per esempio Marris et al., 2001).

Secondo gli autori di Uncertain World, l’opposizione del pubblico verso gli OGM sarebbe il risultato del contrasto tra la consapevolezza del pubblico che la conoscenza umana, inclusa quella degli esperti, è incerta e un “linguaggio del corpo” da parte delle istituzioni dominanti definito “overconfident”. Di fronte all’incertezza, un tale stile comunicativo comprometterebbe la propria credibilità.

Uno dei problemi principali dell’interpretazione offerta da UW è l’assenza di evidenza empirica di tale linguaggio istituzionale nel contesto degli OGM. Una recente analisi (Moroso, 2009) di una iniziativa di carattere scientifico intrapresa tra il 1986 e il 1993 – ben prima quindi che gli OGM diventassero un argomento popolare – ha permesso di esaminare in modo più preciso come le istituzioni dominanti hanno cercato di affrontare la questione OGM e ha portato alla luce aspetti del dibattito che sono stati spesso ignorati. Questa analisi si è concentrata su PROSAMO (Planned Release of Selected and Modified Organisms) , una serie di esperimenti scientifici finanziati dal Ministero britannico per il Commercio e l’Industria in collaborazione con alcune grandi multinazionali europee con lo scopo di determinare l’impatto ambientale degli OGM sia in termini di impollinazione incrociata che di invasività. L’accesso all’archivio di PROSAMO, in congiunzione con interviste faccia a faccia con membri chiave di questa iniziativa, ha portato a due conclusioni diverse, eppure correlate: che i concetti di rischio e incertezza devono essere concepiti come idee collettive che sono usate in modo strategico per ottenere determinati obiettivi legati al contesto nel quale operano le persone che le invocano; e che l’uso legittimo di questi concetti è legato alla credibilità e autorità della scienza e dei suoi professionisti.

In particolare, dall’archivio di PROSAMO è emerso chiaramente come i partecipanti all’iniziativa fossero tendenzialmente favorevoli al modello di regolamentazione proposto dall’OECD (1986) e dall’ECRAB (European Committee on Regulation Aspects of Biotechnology, 1986). Alla base di questo modello c’era il principio di precauzione (PP) (Tait e Levidow, 1992: 222), secondo cui la tecnologia dovrebbe essere controllata da un sistema che prende in considerazione i potenziali pericoli prima che la loro esistenza sia comprovata. L’uso del PP – che pone l’accento sulla pervasività dell’incertezza – da parte delle istituzioni dominanti non solo contraddice quanto supposto in UW, ma diventa ancora più significativo in un contesto in cui gli OGM non destavano particolari preoccupazioni circa le loro conseguenze ambientali. Il concetto di incertezza appare chiaramente come uno strumento nelle mani di queste istituzioni per perseguire interessi ben precisi, cioè per continuare ad esercitare controllo di fronte ad una tecnologia in grado di destabilizzare la struttura del potere.

Per alcuni scienziati accademici coinvolti, adattarsi alla retorica dell’incertezza implicita in PROSAMO, nonostante la convinzione diffusa che gli OGM non rappresentassero un problema, significava ottenere fondi per la ricerca in un momento storico in cui il governo era interessato a tagliare la spesa pubblica. Per il governo britannico, PROSAMO era fondamentalmente uno strumento per rassicurare il pubblico e costruire un panorama regolamentativo europeo omogeneo e tendenzialmente favorevole agli OGM, in un contesto in cui le biotecnologie rappresentavano uno dei settori più promettenti per un rilancio di un’economia in difficoltà. Per alcune importanti multinazionali che lo finanziavano, PROSAMO aveva un duplice obiettivo: da un lato doveva giustificare un rallentamento nello sviluppo dell’ingengeria genetica che consentisse loro di adattare le proprie strategie di mercato di fronte al rischio di sostituzione tecnologica e alla competizione di aziende che non correvano questo pericolo di sostituzione (cfr. anche Tait and Chataway, 2003; Chataway, Tait and Wield, 2003); dall’altro, attraverso i risultati rassicuranti che gli scienziati si aspettavano, doveva giustificare il rilassamento dei controlli una volta trovata una soluzione al primo problema.

In altre parole, attraverso PROSAMO come processo scientifico, importanti attori istituzionali – e in particolare il governo britannico e alcune grosse multinazionali europee – furono in grado di enfatizzare l’incertezza relativa all’impatto ambientale degli OGM e di giustificare così il loro favore verso una regolamentazione restrittiva, che rallentasse lo sviluppo tecnologico e rassicurasse il pubblico, basata sul PP. Come prodotto finito, PROSAMO poteva essere usato come un autorevole lavoro scientifico in grado di mostrare che gli OGM erano sicuri e non dissimili da varietà non modificate, e di giustificare in tal modo l’abbandono del PP e la costruzione di una procedura semplificata per la stima del rischio dei nuovi prodotti nati dall’impiego dell’ingegneria genetica.

È interessante notare come l’approvazione della Direttiva Europea 90/220, prima che PROSAMO potesse giungere ad una conclusione, abbia coinciso con un cambiamento nel significato che PROSAMO aveva per coloro che vi erano coivolti. Alcuni documenti contemporanei a questa iniziativa mostrano infatti che gli scienziati biotecnologi che lavoravano sia in ambito privato che pubblico maturarono la convinzione di aver perso prestigio sociale e credibilità dopo il 1990. Da esercizio dell’autorevolezza della scienza per giungere ad un certo modello di regolamentazione, PROSAMO si trasformò quindi in un tentativo di ricostituire la credibilità degli scienziati attraverso una comunicazione pubblica che trovava il suo fondamento teorico negli studi psicometrici (Moroso, 2006) e che era incentrata su una giustificazione morale dell’ingegneria genetica, secondo uno stile apologetico (Fishlock, 1993). Ancora una volta, e ancor più che non all’inizio di PROSAMO, ci si rende conto del fatto che il linguaggio istituzionale, per lo meno nel Regno Unito, è sempre stato lontano dal linguaggio “overconfident” a cui fa riferimento UW. Anzi, l’esperienza di PROSAMO mette in luce come la gestione e la comunicazione del rischio degli OGM siano dipese da un complesso di interazioni sociali in cui in gioco vi era il prestigio sociale della scienza e degli scienziati. Queste conclusioni riaprono la discussione sul contributo fornito dalle istituzioni dominanti nel dibattito sugli OGM e spingono ad interrogarsi sull’adeguatezza dei modelli usati per spiegare l’opposizione del pubblico nei confronti dell’ingegneria genetica. Più in generale, si intravede la necessità di elaborare un modello esplicativo del rapporto tra scienza e società che tenga in maggior considerazione la complessità delle dinamiche istituzionali.

Mario Moroso (Ph.D) lavora presso l’Istituto Nazionale di Ricerca per la Salute (Regno Unito) dove è responsabile per il programma di ricerca Research for Patient Benefit (RfPB). Dopo una laurea in Scienze della Comunicazione presso l’Università degli Studi di Bologna, ha insegnato sociologia presso l’Università di Exeter, dove è stato assegnato un dottorato sulle prime dinamiche istituzionali che caratterizzano il dibattito sulla regolamentazione del rilascio di OGM nell’ambiente in Gran Bretagna.

Riferimenti

Bucchi, M. (2003). Public Understanding of Science. Storia della Scienza. . Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana. 9: 811-817.

Bucchi, M. (2004). Science in Society: an introduction to social studies of science. London, Routledge.

Chataway, J., J. Tait, et al. (2003). “Understanding company R&D strategies in agro-biotechnology: Trajectories and blindspots.” Innogen Working Papers.

ECRAB (1986). Safety and Regulation in Biotechnology.

EEC (1990). “Council Directive on the Deliberate Release to the Environment of Genetically Modified Organisms 90/220/EEC.” Official Journal of the European Communities 8.5.90: L117.

Fishlock, D. (1993). The PROSAMO report. Teddington, Mx, Laboratory of the Government Chemist.

Grove-White, R., P. Macnaghten, et al. (1997). Uncertain World: Genetically Modified Organisms, Food and Public Attitudes in Britain. Lancaster, CSEC, Lancaster University.

Irwin, A. and M. Michael (2003). Science, Social Theory and Public Knowledge. Maidenhead, Open University Press.

Marris, C., B. Wynne, et al. (2002). Public Perception of Agricultural Biotechnology in Europe (PABE), funded by the Commission of European Communities: http://csec.lancs.ac.uk/pabe/docs.htm.

Moroso, M. (2006). Il rischio tra percezione e comunicazione: il caso degli OGM nel Regno Unito. Governare la scienza nella società del rischio. Atti del IV Convegno Nazionale sulla Comunicazione della Scienza. N. Pitrelli and G. Sturloni. Italy, Polimetrica Publisher: 121-130.

Moroso, M. (2009). The Institutionalisation of GMOs: Institutional Dynamics in the GM regulatory debate in the UK, 1986-1993. University of Exeter. PhD Thesis.

OECD (1986). Recombinant DNA Safety Considerations, Organisation for Economic Cooperation and Development.

Tait, J. and J. Chataway (2003). “Risk and Uncertainty in Genetically Modified Crop Development: the Industry Perspective.” Innogen Working Paper.

Tait, J. and L. Levidow (1992). “Proactive and reactive approaches to regulation: The case of biotechnology.” Futures, April(24): 219-231.

18 maggio 2009 | in: Contributi, Ricerca, Tags: , , , , ,