Il ritardo della ricerca in Italia: solo una questione di finanziamenti statali?

di Massimiano Bucchi

Si sente spesso ripetere, soprattutto in prossimità di appuntamenti elettorali, che l’Italia deve aumentare i propri investimenti in ricerca e innovazione, che su questo piano siamo ‘il fanalino di coda’ dell’Europa e che senza ricerca e innovazione siamo destinati al declino economico. Occorre dunque aumentare gli sforzi, soprattutto del settore pubblico, per sostenere lo sviluppo, rafforzare la competitività, tamponare la ‘fuga di cervelli’. Questo appello, seppure per molti aspetti condivisibile, è fondato su una serie di luoghi comuni che è interessante mettere alla prova dei dati.
E’ dunque vero che l’Italia spende poco in ricerca? In linea generale sì: non c’è dubbio che l’1,2% del Pil investito dall’Italia (dati OCSE 2005, riferiti al 2003) la veda ben distante dai primi della classe (la Finlandia, che spende in ricerca e innovazione il 3,5% della ricchezza nazionale) e più indietro non solo rispetto a paesi come la Francia, la Germania o la Gran Bretagna (che spendono tra l’1,9 e il 2,6% del Pil) ma anche alla media europea e ad Austria, Belgio, Norvegia, Repubblica Ceca. Meno di noi, in Europa, investono solo la Spagna e alcuni nuovi Paesi membri. La spesa totale per ricerca e sviluppo, in termini percentuali, è ferma da noi agli stessi livelli del 1991: non è diminuita – come pure talvolta si sostiene – ma non è neppure aumentata come in altri Paesi europei.
Tuttavia, se si va a vedere la quota di finanziamenti statali alla ricerca, può emergere qualche dato forse sorprendente. In rapporto al Pil, lo Stato in Italia spende in linea con la media europea e con Paesi quali Belgio e Austria. E’ facile intuire dove sta il vero problema: nella porzione di ricerca finanziata o condotta dal settore privato. La quota italiana di finanziamenti provenienti dal settore privato rispetto al totale (43%) è inferiore anche a quella della Spagna, per non parlare di Germania, Irlanda e dei Paesi Scandinavi (dove la quota di finanziamenti di origine privata sfiora il 70%). Oltretutto, la quota di investimenti privati è scesa negli ultimi anni dallo 0,68% allo 0,55% del Pil – il che per inciso significa che l’impegno pubblico deve essere in questi anni aumentato, per compensare la diminuzione dei fondi privati. In sostanza, in Italia si fa – e si finanzia – poca ricerca da parte delle imprese.
Questo dato appare tanto più critico in quanto gli investimenti statali si sono livellati in gran parte dei Paesi europei; eventuali incrementi nella spesa complessiva sono stati guidati principalmente dalla componente privata – emblematico a questo proposito il caso non solo della forse per noi irraggiungibile Finlandia, ma della stessa Irlanda che era sino a pochi anni fa in una situazione ben più deprimente della nostra. Non solo in Italia, ma in tutta Europa, appare difficile immaginare una strada che conduca agli ambiziosi obiettivi dell’Agenda di Lisbona (raggiungere entro il 2010 una media europea del 3% negli investimenti in ricerca e sviluppo e fare dell’Europa l’avanguardia di un’economia basata sulla conoscenza) senza un sostanziale impegno del mondo produttivo. Altrimenti, chi invoca la retorica di un maggior impegno pubblico dovrebbe spiegare in quali settori si dovrebbe tagliare la spesa (sanità, previdenza, istruzione) per poter destinare maggiori finanziamenti alla ricerca.
E’ ovvio che in questo si deve tener conto della specificità del quadro imprenditoriale del nostro Paese, composto principalmente di piccole e medie-imprese. Tuttavia i rapporti internazionali sulla ricerca in Italia [Ocse, 2002] non mancano di sottolineare lo scarso coordinamento tra politiche di ricerca e politiche industriali e il modesto impatto dei tentativi sinora fatti di incentivare la ricerca privata e la collaborazione in ambito pubblico.
Vi è, infine, un problema spesso trascurato di qualità, oltre che di quantità della spesa. Alcuni dei Paesi che spesso indichiamo a modello (come la Gran Bretagna o la stessa Finlandia) si sono da anni dotati di solidi meccanismi di valutazione della ricerca e dell’innovazione con cui incentivare (o penalizzare) i gruppi e le istituzioni di ricerca sulla base dei risultati ottenuti. In Italia si è appena conclusa la prima valutazione della ricerca nel sistema universitario: la sfida per il governo che uscirà dalle elezioni è consolidare e utilizzare simili strumenti per una ricerca che non sia solo maggiormente finanziata, ma qualitativamente migliore.

Articolo pubblicato il 5 aprile 2006 sull’inserto Tuttoscienze Tecnologia de La stampa.