E’ possibile governare l’innovazione tecnoscientifica?

Giuseppe Pellegrini

Si discute spesso dell’impatto che le innovazioni tecnoscientifiche hanno sulla società e l’ambiente. Meno, invece, di quanto le innovazioni possano essere condizionate dalla mano dei ricercatori e di chi si trova a decidere in merito. E’ questo il tema della governance dei processi e dei prodotti dell’innovazione. Se si affronta l’innovazione da questa angolatura ci si imbatte in alcuni quesiti di urgente interesse. Quali sono i soggetti che possono partecipare alla formazioni delle decisioni? E’ possibile prendere tali decisioni considerando adeguatamente i costi e i benefici percepiti dalle varie componenti che producono e utilizzeranno tali innovazioni? Di chi potranno essere le responsabilità di eventuali effetti negativi?

Di fronte a determinati temi, ad esempio quelli di natura etica, di rilevante impatto sull’ambiente e la salute sembrerebbe evidente rispondere al primo quesito indicando che tutti: cittadini, organizzazioni, istituzioni, imprese, scienziati e politici dovrebbero avere voce in capitolo. In questo modo però esiste il serio rischio che il “tutti decidono tutto” porti a situazioni di estenuante dibattito con la conseguente impossibilità di pervenire a decisioni in tempi ragionevoli. Pertanto, si ritiene opportuno affidarsi al criterio della maggioranza delle preferenze, in modo da superare situazioni di stallo che si possono creare, inevitabilmente, quando non si possono prendere decisioni con il consenso completo di chi è interessato alle decisioni.
Questo è uno dei principi su cui si fonda la tradizione democratica di tipo rappresentativo, organizzata con il sistema elettivo di soggetti che devono prendere decisioni in casi come quelli menzionati. Un processo di decisione che è quasi sempre caratterizzato dalla richiesta di pareri esperti da parte dei decisori politici. Alla prova dell’impatto pubblico causato dalle innovazioni tecnoscientifiche questo sistema di relazioni, però, è fortemente entrato in crisi nelle democrazie occidentali. Numerosi casi testimoniano la difficoltà di proporre a comunità locali soluzioni innovative, modalità di gestire le proprie scelte secondo le potenzialità offerte da questa o dall’altra innovazione tecnologica. E in alcuni di essi abbiamo assistito a resistenze fortissime sino ad arrivare a situazioni di contrasto e conflitto che non hanno permesso di adottare decisioni condivise, come nel caso delle linee ad alta velocità o di impianti per lo smaltimento dei rifiuti.

Naturalmente, esistono delle vie alternative che tengono conto del coinvolgimento degli attori che, esclusi politici e scienziati, possono contribuire al dibattito e ancor più alle decisioni. Uno degli strumenti più utilizzati nei regimi democratici, in questi casi, è il referendum, adottato nella duplice forma di abrogazione e proposizione, il cui obiettivo principale è quello di misurare le preferenze e procedere all’aggregazione in modo da prendere una decisione fondata sul criterio della maggioranza. Ma non tutte le innovazioni tecnoscientifiche si prestano a scrutini che dividono gli elettori in favorevoli e contrari.

Su un altro fronte si collocano invece le procedure della cosiddetta democrazia deliberativa, che definiamo in prima battuta come un modo di prendere decisioni in un sistema politico fondato non solo sull’aggregazione delle preferenze ma sulla discussione e il confronto di molti e diversi punti di vista. Il termine deliberativo va considerato nell’accezione inglese: un processo di discussione indirizzato a porre a confronto diversi punti di vista, senza la necessità di raggiungere un consenso e distinto dal contesto della decisione. Nel caso specifico di innovazioni tecno-scientifiche riguardanti decisioni controverse e complesse si tratta di coinvolgere in varie forme gli interessi in gioco, in un’ottica pluralistica, per verificare punti di assenso e dissenso e contribuire alla formazione di decisioni più efficaci.
E’ possibile immaginare che queste procedure rappresentino una valida alternativa alle tradizionali forme di democrazia rappresentativa? Ritengo che non sia solo possibile ma oramai inevitabile percorrere nuove strade democratiche utilizzando procedure diverse da quelle tradizionali che valorizzino il parere dei non esperti.

Tra queste procedure si stanno utilizzando in molti paesi europei le consensus conferences, le giurie di cittadini e gli scenario workshop. Si tratta di strumenti che puntano a coinvolgere i non esperti in più momenti, con varia intensità e diverse forme di potere.
Queste forme di partecipazione sono da considerare come mezzi accessori e migliorativi dei processi decisionali tradizionali – non certamente come sostitutivi – e producono risultati soddisfacenti se sono attivate valutando la tipologia di innovazione e la fase del processo decisionale in cui si utilizzano. Per evitare facili demagogie, infatti, non si possono promettere ai cittadini e alle organizzazioni della società civile percorsi che eliminino i punti di dissenso e una facile gestione di questioni estremamente complesse come i prodotti della tecno-scienza. Piuttosto, le procedure di tipo deliberativo permettono di guardare in faccia le problematiche e i punti di dissenso per individuare le migliori piste decisionali.

Le tematiche presentate in questo contributo sono affrontate e discusse nella recente pubblicazione: Technoscientific Innovation. Responsibility and New Models of Democracy in Science and Society Relationship, curata da Giuseppe Pellegrini per le Edizioni Rubbettino (contributi di S. Bellucci, D. Bütschi, A. Colombo, G. Pellegrini, Gloria Regonini, G. Speranza).

18 dicembre 2008 | in: Cittadini, Contributi, Tags: , ,