E’ meglio un nobel del pallone d’oro? Gli italiani e i premi nobel in campo scientifico

di Massimiano Bucchi e Federico Neresini

E’ indubbio che il premio Nobel abbia contribuito in modo decisivo a dar forma all’immagine pubblica della scienza nel corso dell’ultimo secolo. Per una parte non trascurabile del grande pubblico, l’assegnazione e la consegna dei premi Nobel, soprattutto nel caso in cui il riconoscimento va a un connazionale, è una delle occasioni più significative per entrare in contatto con la scienza e le sue imprese. I premiati divengono poi personalità pubbliche a tutto tondo, estesamente consultate dai media e punto di riferimento per l’opinione pubblica.
In occasione dell’assegnazione dei premi del 2005, abbiamo dunque pensato di ricavare qualche elemento per comprendere meglio questo ruolo pubblico del premio Nobel e di alcuni suoi aspetti e protagonisti.
Il primo dato inconfutabile è che il premio Nobel supera nettamente, nell’immaginario collettivo, altri tipi di riconoscimento in termini di prestigio. Per due terzi degli Italiani si tratta in assoluto del riconoscimento più prestigioso – distanziando nettamente riconoscimenti come il premio Oscar, la nomina a Senatore a vita e il Pallone d’Oro che pure marcano l’eccellenza in altre aree della vita sociale quali lo spettacolo, la politica e lo sport. Un dato che, seppur elementare, si aggiunge ad altri studi nel confermare il prestigio e la visibilità di cui gode tuttora l’attività scientifica; in questo caso poi – a differenza di quanto spesso si lamenta – la ricerca scientifica viene addirittura riconosciuta superiore ad altre pratiche sociali presso l’opinione pubblica. Un prestigio e una visibilità che crescono all’aumentare del titolo di studio degli intervistati: tra i laureati l’83% lo considera il premio più prestigioso in assoluto.
Nel complesso, anche la capacità degli intervistati di individuare in una lista di scienziati coloro che hanno effettivamente ricevuto il Nobel non appare in generale trascurabile: il 51% è in grado ad esempio di riconoscere in Renato Dulbecco un premio Nobel, anche se tra questi meno di un terzo sa individuare correttamente la disciplina di riferimento mentre quasi il 40% crede che Dulbecco sia stato premiato come fisico. Di poco inferiore (38%) la quota di quanti riconoscono Carlo Rubbia come premio Nobel. In questo caso agli intervistati appare più chiara anche la collocazione disciplinare: il 57,2% di chi lo indica come premio Nobel lo caratterizza come fisico. Analogamente, cinque Italiani su dieci sono in grado di affermare che uno scienziato molto noto come Umberto Veronesi non ha ricevuto il Nobel. Dal punto di vista della capacità degli intervistati di individuare i premiati, le eccezioni più significative riguardano Antonino Zichichi (premio Nobel per quasi un terzo degli intervistati) e soprattutto Giulio Natta. Quest’ultimo risulta in larga misura un Nobel dimenticato: poco meno di un Italiano su dieci lo individua come premiato, e anche tra questi meno di un terzo riesce a riconoscerlo come chimico. Vale la pena di notare come Rubbia, Zichichi e Veronesi siano gli scienziati per i quali l’identificazione con il proprio settore disciplinare è più chiara, soprattutto rispetto a quella di Dulbecco e Natta.
Anche sotto questo profilo, la scolarità degli intervistati appare giocare un ruolo significativo. Ad esempio, la caratterizzazione di Zichichi come premio Nobel supera il 55% tra i meno scolarizzati e si dimezza tra coloro che hanno un titolo di studio universitario; allo stesso modo, all’aumentare del titolo di studio aumenta tanto la capacità di riconoscere scienziati quali Rubbia come premio Nobel, quanto la capacità di collocarlo correttamente nella fisica. Resta tuttavia il fatto, non trascurabile, che quattro laureati su dieci considerano Dulbecco un fisico e meno di un laureato su tre riconosce in Natta un premio Nobel. E’ certamente plausibile che il tempo trascorso rispetto agli altri premiati lo renda meno suscettibile di attenzione anche da parte dei media: Natta rimane infatti un personaggio poco frequentato da stampa e Tv – nonostante il centenario della nascita sia trascorso da poco – rispetto alle altre figure. E da un certo punto di vista questa disattenzione può essere considerata un indicatore emblematico dei destini della chimica – non solo in termini di visibilità – nel nostro Paese.
Il premio Nobel può anche essere utilizzato come cartina di tornasole delle più ampie percezioni e concezioni dell’attività scientifica diffuse entro l’opinione pubblica. In questo senso, al prestigio e alla visibilità indiscussa del premio istituito da Alfred Nobel, fa da contraltare una visione della ricerca che all’immagine del genio solitario ha già ampiamente sostituito una più diffusa concezione del lavoro scientifico come frutto della collaborazione e del lavoro di gruppo. Per gli Italiani chi arriva a conseguire un Nobel, più che un esempio di straordinaria creatività e inventiva o della capacità di trovarsi ‘al posto giusto nel momento giusto’ è dunque soprattutto ‘il leader di un ottimo gruppo di ricerca’ in quanto ‘la ricerca è sempre più un lavoro di gruppo’. Una concezione ancor più diffusa tra chi ha un titolo di studio più elevato, mentre la concezione del Nobel come genio solitario coinvolge quasi un intervistato su tre tra i meno scolarizzati.
Questa combinazione di indiscutibile prestigio del premio, visibilità e riconoscibilità di (alcuni) premiati e di una visione non miracolistica ma piuttosto pragmatica dell’attività scientifica può suggerire interessanti riflessioni anche su un piano di policy. Il Nobel e i suoi protagonisti, infatti, appaiono potenzialmente in grado di alimentare nell’opinione pubblica non solo un generico interesse per le qualità individuali degli scienziati, ma una più articolata percezione dell’importanza che gli investimenti e la qualità dell’organizzazione del lavoro di ricerca possono avere per conseguire obiettivi sulla cui importanza per il singolo e per la società appaiono sussistere pochi dubbi.

L’articolo è stato pubblicato il 12 ottobre 2005 sull’inserto Tuttoscienzetecnologia del quotidiano La Stampa.

La rilevazione è stata condotta tramite interviste telefoniche con metodo CATI su un campione di 1029 casi, stratificato per genere, età e ripartizione geografica, rappresentativo della popolazione italiana con età uguale o superiore ai 15 anni.

E tu cosa ne pensi? Sei d’accordo nel riconoscere al Nobel il primato di visibilità? Secondo te, quali sono gli “ingredienti” che fanno di uno scienziato un Nobel? Contano di più l’estro individuale o la capacità di coordinare e finalizzare il lavoro di un ottimo gruppo di scienziati?
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12 ottobre 2005 | in: Osservatorio, Primo piano,