Donne e scienza: si può abbattere il soffitto di cristallo?

di Simona Palermo, Elisabetta Giuffra, Valeria Arzenton, Massimiano Bucchi.

I temi dell’uguaglianza di genere hanno assunto un ruolo centrale nel dibattito tra istituzioni, parti sociali e mondo produttivo, in tutti gli ambiti della vita sociale e professionale. E non fa eccezione la ricerca scientifica, le cui problematiche sono simili a quelle che si osservano negli altri settori professionali.

Negli ultimi anni anche le maggiori organizzazioni internazionali, a partire dalle Nazioni Unite e dalla Commissione Europea, hanno riconosciuto l’estrema importanza del raggiungimento della parità di genere nel settore scientifico-tecnologico. L’esigenza di valorizzare le figure femminili in questo ambito è motivata da diverse considerazioni. Ovviamente, si tratta innanzitutto di una questione di diritti umani e giustizia sociale, nella misura in cui tutti gli individui devono avere le stesse opportunità di accesso all’educazione scientifica e devono poter ugualmente beneficiare dei progressi della scienza e della tecnologia. In secondo luogo, un mancato o scarso coinvolgimento delle donne dalla ricerca scientifica comporta anche gravi perdite in termini di competenze e talenti, con pesanti conseguenze per l’intero settore scientifico-tecnologico, in termini di produttività e competitività. Valorizzare i talenti femminili, infine, significa valorizzare le diversità e il contributo specifico che le donne possono apportare alla ricerca in virtù di caratteristiche peculiari in termini di sensibilità, intuito, motivazioni e approccio al lavoro.

A partire da queste importanti premesse, in contesto europeo sono state promosse numerose iniziative e programmi specifici, che hanno già fornito i primi evidenti risultati. Stando ai dati forniti dalla Commissione Europea, infatti, il numero di donne scienziato è in aumento e le donne rappresentano oggi quasi il 50% delle risorse umane dell’intero settore scientifico, mostrando capacità e competenze spesso superiori a quelle dei colleghi di sesso maschile. Ciò nonostante, l’obiettivo di una reale parità di genere è ancora lontano, in quanto le ricercatrici si trovano ad affrontare le stesse problematiche che affliggono la maggior parte degli altri settori professionali. Le donne, infatti, risultano ben rappresentate solo in alcuni campi della scienza, quali la biologia e la medicina, mentre restano escluse da altre discipline, considerate ancora appannaggio maschile. Oltre a questa discriminazione di tipo “orizzontale”, le differenze diventano evidenti soprattutto da un punto di vista “verticale”, se si pensa al fenomeno del cosiddetto “soffitto di cristallo” che impedisce alle giovani ricercatrici di progredire nella carriera. Infatti, se le donne rappresentano in Europa il 50% del totale dei laureati in discipline scientifiche, le ricercatrici sono solo il 29% del totale dei ricercatori europei e la percentuale decresce man mano che si sale nella gerarchia professionale (solo il 23% dei professori sono di sesso femminile). Le donne, inoltre, risultano praticamente assenti dalle commissioni decisionali e dai consigli gestionali.
Se da un lato sono sempre più numerosi i dati statistici sulla presenza e la partecipazione femminile nel settore scientifico-tecnologico a livello europeo, sono invece assai più scarsi i dati che si riferiscono, nello stesso ambito, a percezioni, motivazioni, opinioni e possibili pregiudizi sulle questioni di genere nel contesto professionale.

Un contributo particolarmente interessante in questo senso arriva dai risultati di un’indagine condotta tra il personale di due network di ricerca europei da un team italiano che integra competenze di scienziati e sociologi della scienza. La ricerca si inserisce nelle attività dei Gender Action Plans del Progetto Integrato SABRE (Cutting Edge Genomics for Sustainable Animal Breeding) e del Network of Excellence EADGENE (European Animal Disease Genomics Network of Excellence for Animal Health and Food Safety), che coinvolgono rispettivamente 200 e 130 scienziati di 14 e 10 Paesi europei impegnati nella ricerca genomica applicata alle specie zootecniche. L’indagine è coordinata dal Parco Tecnologico Padano di Lodi, centro di ricerca per le biotecnologie agro-alimentari, con la collaborazione degli esperti di Observa – Science in Society.
Obiettivo dell’indagine è, da un lato, monitorare eventuali differenze di genere in termini di reclutamento, iter e progressione di carriera e, dall’altro, valutare le modalità con cui le problematiche di genere sono percepitedai singoli ricercatori e trovano riscontro nel loro percorso professionale e privato. A questo scopo un questionario strutturato è stato somministrato a tutto il personale coinvolto nei due network.

L’indagine conferma in linea di massima le tendenze già evidenziate in contesto europeo. In primo luogo, sebbene la maggior parte dei ricercatori intervistati di entrambi i sessi ritenga che le donne possiedano tutti i requisiti intellettuali e le abilità tecniche necessari per contribuire brillantemente all’attività scientifica, anche nell’ambito di questi due network si registrano evidenti squilibri di genere.
Innanzitutto le posizioni apicali (es. capo dipartimento, direttore di istituto, ecc.) sono prevalentemente occupate da uomini, mentre quasi la metà delle donne intervistate lamenta di essere esclusa dalle decisioni importanti e dai ruoli di maggior responsabilità. In secondo luogo, gli uomini godono di migliori condizioni contrattuali, con assunzioni a tempo indeterminato, mentre le donne sono molto più spesso reclutate con contratti a termine o borse di studio. Tali differenze vanno in parte ricondotte all’età delle donnecoinvolte nei due network di ricerca, che risulta mediamente più bassa rispetto a quella degli uomini. I risultati dell’indagine suggeriscono che molte donne tendono a partecipare più attivamente alla ricerca nei primi anni della carriera, mentre con l’avanzare dell’età le ambizioni professionali lasciano il posto a priorità di tipo familiare. E proprio la difficoltà di conciliare la carriera con gli impegni familiari è percepita dalla maggior parte dei ricercatori, siano essi uomini o donne, come uno dei principali ostacoli alla parità di genere nel settore scientifico. Un secondo ostacolo, secondo quanto rilevato dall’indagine, riguarda invece l’atteggiamento spesso auto-discriminatorio delle donne stesse nei confronti del loro ruolo professionale. Più della metà delle intervistate, infatti, sembra ritenere che le donne non siano in grado di raggiungere le posizioni di maggior responsabilità in quanto meno disposte degli uomini a combattere per la propria carriera, anche per non dover adottare comportamenti aggressivi propri dei colleghi maschi.

Quest’ultimo aspetto e, nel complesso, i risultati dell’indagine suggeriscono almeno due linee programmatiche per promuovere la partecipazione femminile a tutti i livelli della carriera scientifica. Un primo intervento dovrebbe riguardare la formazione dei futuri scienziati, che non può limitarsi agli aspetti più tecnici, ma deve prendere in considerazione anche componenti psicologiche e comportamentali, incoraggiando ad esempio le giovani ricercatrici a mostrare una maggior determinazione e un atteggiamento più positivo nei confronti di se stesse e del proprio ruolo professionale, per sostenere più facilmente la competizione maschile. In secondo luogo, appare evidente che le politiche di genere non possono limitarsi alle seppur utili misure volte a conciliare al meglio la carriera con gli impegni familiari, ma devono altresì tentare di superare alcune visioni tradizionali della carriera e della suddivisione dei ruoli. Ad esempio, i criteri di reclutamento e incentivazione alla carriera dovrebbero riconoscere anche caratteristiche come l’attitudine a collaborare con i colleghi, a contribuire alla crescita dei propri collaboratori e a condividere conoscenze e informazioni, nonché a premiare un approccio alla ricerca aperto e interdisciplinare, incoraggiando un atteggiamento collaborativo più che competitivo.
Articolo pubblicato su “D.a. La rivista per superare le barriere culturali”, Anno VIII, numero 3, Dicembre 2007 e inserito nel volume “Donne e Scienza 2008. L’Italia e il contesto internazionale, Observa – Ergon Edizioni

Simona Palermo ed Elisabetta Giuffra sono ricercatrici presso il Parco Tecnologico Padano e socie fondatrici di FAiR – Fairness and Accountability in Research.