Chi va al museo impara?

di Massimiano Bucchi

L’offerta museale in Italia sta attraversando una fase di profondo cambiamento con la progettazione e la nascita di nuove strutture – soprattutto nel campo delle scienze, con la creazione e la progettazione dei primi “science centers” – le innovazioni tecnologiche e le trasformazioni del pubblico.

L’intersezione tra il tempo libero e il tempo dell’apprendimento sia nell’esperienza turistica, sia in quella didattica, contribuisce oggi a far sì che i musei assolvano a funzioni diverse che vanno dalla promozione culturale all’integrazione delle attività educative sino all’intrattenimento.
In questo nuovo scenario, si avverte tuttavia la carenza di strumenti di indagine efficaci che tengano conto di questi cambiamenti e delle diverse esigenze e obbiettivi che caratterizzano ciascuna forma museale o espositiva.
In altre parole, di metodi di verifica dell’impatto dell’offerta che vadano al di là dei tradizionali strumenti di analisi della customer satisfaction.

Per chi organizza mostre o gestisce musei, per gli operatori delle istituzioni pubbliche che finanziano e sovrintendono alle strutture museali non è più sufficiente sapere se i visitatori hanno apprezzato una certa mostra o collezione, se ritengono congruo il prezzo pagato per visitarla o se sono soddisfatti della cortesia del personale del museo.
Nuove domande sono divenute centrale nelle preoccupazioni di tutti gli operatori: con quali motivazioni e aspettative i visitatori si avvicinano a un museo o a una mostra? Vengono pensando Pensano di arricchire le proprie conoscenze o per di divertirsi? E soprattutto, che cosa “portano a casa” in termini di apprendimento dopo la visita?

Il volume “Andare al museo. Motivazioni, comportamenti e impatto cognitivo” curato da Renato G. Mazzolini e pubblicato in questi giorni dalla Provincia Autonoma di Trento tenta di dare una risposta a questi interrogativi.
Presenta infatti i risultati di un primo tentativo di analizzare, con una ricerca sul campo, le aspettative con cui i visitatori si avvicinano al museo e soprattutto con quali benefici ne escono in termini di apprendimento, di stimolo a visitare altri musei o ad informarsi attraverso altre fonti, di mutati atteggiamenti verso la scienza, l’arte, la storia.
I visitatori di tre collezioni permanenti (il Museo Civico di Scienze Naturali di Rovereto, il Museo degli Usi e Costumi di San Michele all’Adige, il Castello del Buonconsiglio) e di tre mostre temporanee (una mostra sui diari organizzata dal Museo Storico di Trento, la mostra su Segantini organizzata dal Mart, la mostra su “Il diluvio universale” organizzata dal Museo Tridentino di Scienze Naturali) sono stati intervistati prima e dopo la visita e telefonicamente a distanza di alcuni mesi, per un totale di circa tremila interviste.

Quali i risultati principali?
Innanzitutto si deve tener conto del fatto che ci sono vari tipi di visitatori: quelli molto motivati, che sanno cosa vanno a visitare e si sono già informati prima, quelli più ‘casuali’, che vogliono solo passare un po’ di tempo o fare contento un familiare. Infatti si va raramente al museo da soli: i visitatori di gruppo rappresentano la stragrande maggioranza dei visitatori dei musei del Trentino. E i canali informali (amici e conoscenti) sono anche la fonte principali da cui si viene a sapere di un museo o di una mostra. Ci sono poi i visitatori occasionali e quelli ‘abituali’, che frequentano con regolarità un certo museo. Per quanto riguarda l’impatto, soprattutto quello nel breve e medio periodo, gli aspetti più significativi sembrano legati a fattori indipendenti dalla visita; detto in altre parole, hanno imparano imparato di più dalla visita al museo quelli che erano più preparati già in partenza e avevano delle forti motivazioni di carattere culturale.
Ma il risultato principale è senz’altro quello di dimostrare che unendo le competenze di studiosi diversi (sociologi, storici e psicologi) è possibile costruire strumenti di valutazione dell’offerta museale che possano consentire di monitorarne continuamente l’impatto contribuendo a migliorarne l’efficacia rispetto agli obbiettivi istituzionali.
Strumenti indispensabili se i musei italiani vogliono affiancarsi ai modelli europei non solo sul piano della quantità, ma anche su quello della qualità dell’offerta.
Tanto per fare un esempio, lo Science Museum di Londra ha uno staff di cinque persone dedicato alla verifica dell’impatto delle collezioni sui visitatori.

L’auspicio è che quindi simili esperienze possano essere approfondite, anche su scala nazionale, in modo da aprire un dibattito che coinvolga studiosi, addetti ai lavori e istituzioni.

Massimiano Bucchi
da “Il Sole 24 ore Nord-Est” del 22 aprile 2002.

22 aprile 2002 | in: Comunicazione, Contributi,