Biotech? sì in campo medico, no nell’alimentare

Biotech: pochi gli italiani convinti, tanti gli ignoranti

Il Gazzettino, 7 marzo 2002

Cautela, un po’ di apprensione, ma soprattutto una chiusura totale per quanto riguarda l’utilizzo degli embrioni umani. Gli italiani vivono ancora un rapporto conflittuale con le biotecnologie, nonostante abbiano compreso che molti successi della medicina siano legati a questo settore.

Un processo lento, quello di acquisizione, che non sempre è legato ad una scarsa informazione. I risultati di un’indagine, presentata ieri a Milano, realizzata dalla Fondazione Giannino Bassetti e da Poster, con la supervisione scientifica di Federicoco Neresini e Giuseppe Pellegrini dell’Università di Padova, Massimiano Bucchi, dell’Università di Trento su “Biotecnologie e opinione pubblica in Italia” dimostra che il biotech non ha ancora fatto breccia. Si fa strada una maggiore sensibilità, invece, dimostrata dal 50% degli intervistati, alla modificazione genetica di animali per creare organi da trapiantare, ma il 56% della popolazione – come spiega Neresini – è ancora ignorante in materia.

L’ostilità maggiore viene invece vissuta dall’applicazione delle biotecnologie in campo aliméntare. Per il 60 per cento degli inervistati neppurere la lotta alla fame nei Paesi sottosviluppati giustifica l’utilizzo in campo agricolo delle biotecnologie. In pratica l’opinione pubblica continua a dimostrare una certa apertura nei confronti delle biotecnologie a fine medico e UNO Scetticismo pesante verso quelle che rientrano nel settore alimentare, come spiega Federico Neresini. Un atteggiamento che è legato anche alla sensazione di “scarsa protezione”: il 72% della popolazione considera insufficiente l’attuale legislazione in materia e ben oltre il 95% richiede che i cibi geneticamente modificati portino indicati in etichetta gli alimenti transgenici.

Attorno al settore delle biotecnologie si è comunque aperto, già qualche anno fa, un acceso dibattito che ha visto coinvolti sia gli addetti ai lavori che la popolazione. Da una parte gli scienziati chiedono non solo di poter trovare un ampio respiro, ma soprattutto di vedere interessata al processo di crescita di questo settore anche l’industria, dall’altra i cittadini che invece raccomandano di venire coinvolti nel processo decisionale. Dallo Studio Bassetti-Poster, emerge infatti che il 37% degli intervistati ritiene che sia il governo ad avere il compito primario di prendere le decisioni. Se però su tutte le tematiche legate alle biotecnologie vedono l’opinione pubblica abbastanza divisa, quelle che riguardano la clonazione finalizzata ad avere figli ottiene un “no” secco dalla quasi totalità degli intervistati: il 70% ha infatti ritenuto inutile il ricorso alla clonazione riproduttiva, il 65% lo giudica rischioso e il 65% moralmente inaccettabile.

Di Daniela Boresi

Ogm, sondaggio «Sì alla ricerca No al cibo»

La Stampa, 7 marzo 2002

Gli italiani non si fidano delle biotecnologie. Non ne vogliono sapere di cibi geneticamente modificati, non credono che sia questo il sistema per risolvere il problema della fame nel mondo ma diventano possibilisti sull’utilizzo delle biotecnologie in campo medico, a patto di non utilizzare embrioni umani. Questi i risultati della seconda ricerca su «Biotecnologie e opinione pubblica», realizzata dalla Fondazione Giannino Bassetti e dall’ Istituto di ricerca Poster e presentata ieri a Milano.

L’orientamento del campione preso in esame – 1017 italiani con più di 18 anni, di tutte le regioni e fascia sociale – è netto. Secondo i ricercatori sembra influire poco la scarsa informazione scientifica. Quello che conta di più, sembra essere la fiducia riposta nella scienza: oltre l’80% ritiene che gli scienziati non debbano condurre liberamente ricerche e il 63,9% pensa che non possano essere neppure le imprese ad «autoregolamentarsi».
Il 72% del campione ritiene che le leggi siano insufficienti, il 95% vorrebbero etichette chiare sui cibi geneticamente manipolati. Ma la vera sorpresa della ricerca, arriva quando è stato chiesto di chi ci si può fidare. La fonte giudicata più attendibile, «quella che dice le cose più vere», è rappresentata al 42,3% dalle associazioni di difesa dei consumatori, al 19,6% da università e scienziati, al 18,4% dalle organizzazioni ambientaliste. Molto indietro sono il governo e le altre istituzioni pubbliche, le industrie e la chiesa.
Sono stati inoltre pubblicati i seguenti articoli:

“I media moderni sono poco adatti alla scienza” .com, 20/03/02

“Gli italiani diffidano dagli oGM ma ne sanno pochissimo” L’Unità, 11/03/02

“Quando la ragione non basta” Avvenire 15/5/02

5 luglio 2003 | in: Rassegna stampa generale, Tags: